testo tratto da La Tribuna di Treviso del 28 ottobre 2016

 

TREVISO. Una struttura a piramide come ogni organizzazione criminale: dai manovali, che si espongono per gli spiccioli, e ogni tanto nemmeno per quelli, a chi gestisce il traffico con agganci nei porti italiani e africani. In un sistema che, negli anelli di mezzo, coinvolge anche italiani. Ecco qual è il mondo sommerso che si nasconde dietro ai poveretti – perché spesso di questo si tratta, di persone che faticano a mettere insieme il pranzo – che rubano negli ecocentri o che si fanno consegnare la merce appena fuori da essi. Si parla di un racket che in provincia di Treviso coinvolge 500 persone, e che ogni anno porta verso l’Africa centinaia di tonnellate di rifiuti di apparecchiature elettroniche e elettriche (Raee), con danni economici e ambientali consistenti.

raee-3Franco Zanata, presidente di Contarina, ha lanciato l’allarme parlando proprio di racket, grazie anche alle scoperte fatte dagli ecovigili del Consorzio Priula, che pur con mezzi limitati e competenze non specifiche hanno indagato attorno a quella massa di Raee che sparisce dai Card, o viene intercettata prima che vi entri. Visibile a tutti c’è il livello più basso della piramide. Sono coloro che rubano negli ecocentri. Sanno cosa prendere,frigoriferi i cui motori sono ambitissimi, lavatrici, lavastoviglie, elettrodomestici di ogni genere e apparecchi elettronici: da stereo, a monitor, pc e tastiere. Ma anche pneumatici, e in misura minore indumenti. Oggetti che alcuni riparano nelle loro abitazioni per poi destinarli ai gradi superiori della piramide.
I “ladri” degli ecocentri si dividono le zone, per esempio molti di coloro che presidiano il Card (Centro attrezzato raccolta differenziata) di Villorba fanno lo stesso in quello di Ponzano.

 

D’altra parte gli orari sono perfetti: quello di Villorba è aperto di mattina, nel pomeriggio è aperto quello di Ponzano. La merce viene accumulata in magazzini e case, alcuni tra loro si organizzano in piccoli gruppi da tre/quattro persone, che raggruppano il rifiuto nell’abitazione di uno solo. Poi, quando la merce è in buona quantità, viene portata in cinque, forse sei, centri sparsi nella provincia.
È in questo livello della piramide che si inseriscono gli italiani. Alcuni di questi centri, infatti, altro non sono che giardini e capannoni in disuso, che i proprietari affittano ai caporali per stoccare e selezionare i Raee prima di farli partire verso l’Africa, il mercato di destinazione. Quattro di questi sono a Nervesa, Carbonera, Caerano e Paese. Nel caso di Carbonera si tratta praticamente di una discarica a cielo aperto tra i capannoni della zona artigianale. Per portare gli elettrodomestici recuperati al Card vengono pagati pochi spiccioli, qualche volta un euro. Altre volte nemmeno quello.

 

Alcuni in cambio chiedono solo uno spazio nel camion che porterà verso l’Africa i rifiuti, per metterci la merce poi destinata ai familiari. Da questi centri i Raee, in alcuni casi riparati e riconfenzionati, vengono caricati su camion diretti ad alcuni porti del nord, Genova e La Spezia, su tutti. Ma recentemente, grazie a una stretta sui controlli in Italia, anche Capodistria (Slovenia). Arrivata nel porto, la merce viene caricata in container pieni di merce legale destinata all’Africa, grazie ad agganci in dogana e ad alcuni escamotage. Come nasconderli sotto file di estintori, esportati legalmente. Il controllo di un container simile è difficoltoso e quindi più raro. Una volta in Africa, oggetti che qui non valevano nulla riacquistano un valore. Il guadagno non è sempre facile da quantificare ma a Torino, dove la Procura ha fatto un’inchiesta rinviando a giudizio 14 persone che gestivano una sola “discarica” di Raee abusiva, è stato stimato in 500 mila euro l’anno.

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