testo tratto da greenreport.it del 17 Aprile 2019

Nel nostro Paese si sprecano ormai i convegni e gli applausi spesi in favore dell’economia circolare, ovvero per un modello economico in cui il valore dei materiali viene il più possibile mantenuto o recuperato e dove gli scarti sono ridotti al minimo, ma in pratica le istituzioni nazionali stanno facendo molto poco per raggiungere quest’obiettivo.

Mentre si moltiplicano quasi ogni giorno gli interventi di Carabinieri e magistratura per tentare di appurare e fermare gestioni truffaldine dei rifiuti la cornice normativa necessaria per garantire una gestione virtuosa di questi scarti è sempre più debole: come testimonia oggi il Circular economy network il «recepimento delle nuove direttive europee è fermo in Commissione al Senato dal novembre dello scorso anno», mentre ancora non c’è traccia dell’End of waste, ovvero della normativa necessaria per stabilire quando un rifiuto può tornare sul mercato come prodotto al termine di un processo di recupero. Sempre nel novembre scorso il ministro dell’Ambiente Sergio Costa tranquillizzava gli imprenditori di settore in protesta assicurando tempi rapidi d’approvazione, ma ad oggi non è cambiato nulla.

Complessivamente, il risultato è che la produttività delle risorse, quella energetica e l’effettivo utilizzo di materiali riciclati (al 17,1% sul totale) sono fermi o in calo dal 2014. Eppure dallo studio presentato nei giorni scorsi dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile emerge chiaramente che l’approvazione rapida di un pacchetto di misure per il rilancio dell’economia circolare assicurerebbe sostanziosi vantaggi all’Italia, anche sotto il profilo occupazionale: la Fondazione parla di investimenti da 11 miliardi di euro tra il 2020 e il 2025, grazie ai quali si otterrebbero un valore della produzione pari a 104,5 miliardi di euro e 149.100 posti di lavoro al 2025.

«Recepire presto e bene le nuove direttive europee è una delle condizioni per accelerare la transizione verso l’economia circolare e agevolare il percorso virtuoso. Non sta andando così – sottolineano dal Circular economy network – Di questo passo si fa sempre più consistente il rischio che l’Italia non rispetti la scadenza del 5 luglio 2020, entro la quale ogni Stato membro deve recepire le nuove direttive. Il percorso è infatti ancora molto lungo».

È utile dunque ricostruire le tappe di questo percorso. Il disegno di legge delega è stato varato dal Consiglio dei Ministri il 6 settembre 2018; il 13 novembre la Camera lo ha approvato e trasmesso al Senato, ma da allora il provvedimento è fermo in commissione Politiche dell’Unione europea, senza che ad oggi sia neppure iniziata la votazione degli emendamenti. Il primo passo è che il Senato approvi la legge delega, e nel caso apporti delle modifiche il provvedimento dovrà tornare alla Camera. Poi, dopo l’approvazione da parte del Parlamento, il Governo dovrà scrivere i decreti legislativi. Una volta predisposti, i decreti dovranno essere prima sottoposti al parere della Conferenza unificata e poi delle Commissioni parlamentari. Solo alla fine di questo percorso il Governo emanerà le nuove normative.

Visto lo stallo che sta bloccando l’economia circolare, il rischio non è solo che l’Italia possa incorrere in procedure di infrazione se non rispetta le scadenze previste, ma che «l’assenza di un quadro normativo chiaro e certo metta in difficoltà imprese, operatori e cittadini impegnati in una sfida di grande valore strategico sia dal punto di vista ambientale che economico. Peraltro, il ritardo finora accumulato riduce il tempo a disposizione per consentire un confronto positivo con le categorie economiche, sociali e ambientaliste necessario per un recepimento condiviso delle direttive sull’economia circolare. Passaggio fondamentale per consentire al nostro Paese di indirizzarsi decisamente verso la circolarità. Per questo – conclude il Circular economy network – è necessario che Senato e Governo facciano la propria parte per sbloccare al più presto la situazione e accelerare l’approvazione della legge delega».

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