testo tratto da UmbriaOn 05 gennaio 2018

 

La frase, è quasi certo, provocherà delle reazioni. Perché a pronunciarla non è stato uno qualsiasi, ma un magistrato da anni impegnato nelle questioni ambientali – come Roberto Pennisi – sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, per cui si occupa di redigere nel rapporto annuale il capitolo dedicato alle ecomafie e ai crimini ambientali.

 

La frase è contenuta in un’intervista che penosi ha rilasciato a L’Avvenire: «Fin quando c’è stata la disponibilità della camorra veniva comodo rivolgersi a loro, ora è proprio il sistema economico a muoversi illegalmente. Perché mancano gli impianti. La verità è che ci vogliono i termovalorizzatori (a Terni in particolare il tema è particolarmente sentito; ndr), ovviamente gestiti bene. Invece i nostri rifiuti li mandiamo all’estero dove vengono bruciati producendo energia. Oppure ci rivolgiamo al mercato illecito nazionale».

Produzione e ambiente «Quando si giunge a privilegiare la produzione rispetto alla protezione, e questa è una precisa scelta politica, saltano tutti gli equilibri». E qui il magistrato punta il dito sulla questione Ilva: «Come si fa con un provvedimento governativo a sospendere per cinque anni il rispetto della normativa ambientale? Se contemporaneamente il governo avesse la possibilità di sospendere per cinque anni anche le malattie che poi insorgono ci potrei anche stare, ma poiché questo potere non ce l’ha nessuno, tranne Dio, vuol dire che la scelta che interessa di più è la produzione. Lo si dica chiaramente, ma non si parli più della tutela dell’ambiente».

Quelle di Roberto Pennisi, peraltro, non sono teorie dell’ultimo momento, visto che già a luglio del 2017, la relazione della direzione nazionale antimafia – nel capitolo dedicato all’argomento criminalità ambientale, firmato proprio da lui – era chiarissima, visto che vi si leggeva che l’essenza del fenomeno non deve essere cercata: «nelle ingerenze della criminalità mafiosa nello specifico settore, bensì nelle deviazioni dal solco della legalità, per puro e vile scopo utilitaristico». Meno ecomafia, insomma, secondo Pennisi, ma un responsabile molto meno occulto: l’impresa.

Tanto che a settembre il magistrato aveva rincarato la dose: «Le imprese che trattano rifiuti hanno interesse ad acquisirne il più possibile, perché più acquisiscono, più aumentano gli introiti. Ma per evitare di toccare questi rifiuti tante volte arriva il benedetto fuoco. Quello che brucia va in fumo e il fumo non si tocca più». Secondo Pennisi, insomma, anche i fenomeni che spesso passano come ‘autocombustioni’, possono essere «un segnale di una gestione illegale». Magari per accaparrarsi i fondi per le bonifiche ambientali.

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