testo tratto da Italia Oggi del 24 luglio 2018

A fine 2016 la Francia contava uno stock di 1,54 milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi, ossia 85 mila metri cubi in più rispetto a fine 2015. La maggior parte delle scorie (60%) proviene dal parco nucleare, il 27% dalle attività di ricerca, il 9% dalla difesa, il resto da altre industrie (come quella elettronica, che utilizza terre rare) e dal settore medico.

 

È quanto si legge sul rapporto triennale dell’Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi, presentato nei giorni scorsi.
Questi rifiuti non hanno tutti lo stesso livello di pericolosità. Per il 90% si tratta di prodotti a debole o media attività a vita corta. Solo il 3% di essi è ad alta attività o a vita lunga (decine o centinaia di migliaia di anni). In tutti i possibili scenari (chiusura, smantellamento, sostituzione) sul futuro del nucleare in Francia, il volume delle scorie radioattive continuerà a crescere fortemente, anche a causa dell’afflusso di materiali a debole attività generati dallo smantellamento delle centrali: cemento, macerie, ferraglia. In ogni caso nuovi siti di stoccaggio saranno necessari a breve o medio termine.

I rifiuti ad alta attività o a vita lunga sono destinati al futuro Centro industriale di stoccaggio geologico (Cigéo) che deve essere realizzato nel sottosuolo del comuni di Bure, nella Mosa: un sito la cui richiesta di costruzione sarà avanzata nel 2019 e la cui messa in servizio è fissata nel 2026, ma che è attualmente oggetto di una forte contestazione. I prodotti di debole o media attività a vita corta (indumenti, filtri, utensili) raggiungono il sito di Soulaines-Dhuys nell’Aube, che ha una capacità di 1 milione di metri cubi. Infine i materiali ad attività molto debole sono raccolti dal 2003 a Morvilliers, sempre nell’Aube: con una capacità di 650 mila metri cubi, questo sito sarà saturo entro il 2025-2030.

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