testo tratto Il Tirreno del 20 febbraio 2019


Una storia che nasce 66 anni fa quella della Cartiera Lucchese oggi Lucart di Porcari, con una produzione diversificata fra tissue e carte monolucide.

Un gruppo con 1.500 dipendenti, un fatturato consolidato oltre i 450 milioni e 10 stabilimenti (metà in Italia, tre in Spagna, uno in Ungheria e uno in Francia) e una caratterizzazione: la sostenibilità, l’economia circolare di cui può dirsi antesignano. Per fare un esempio, è Lucart nel 2010 ad avviare il primo impianto in Italia che produce carta al 100% ecologica recuperando le fibre di cellulosa dei contenitori di tetrapak. Sostenibilità come filosofia, come valore. Ma che a volte rischia di diventare un ostacolo. Come spiega Massimo Pasquini, amministratore unico del gruppo.


Bioeconomia e propensione per l’economia circolare sono tratti distintivi di Lucart. Quanto e difficile oggi questi due aspetti e mantenerli nel tempo?
«Da anni abbiamo deciso di integrare direttamente nella strategia aziendale i concetti di crescita sostenibile e di economia circolare: siamo convinti che le aziende devono considerare per la propria crescita non solo l’aspetto economico ma anche quello ambientale e sociale. Questo presuppone un cambiamento culturale a tutti i livelli aziendali e dei comportamenti coerenti per tutti gli operatori».

Il 31 gennaio 2018, quando Lucart acquisì tre stabilimenti vicino Bilbao, lei dichiarò: “Abbiamo scelto un sito in grado di produrre carta riciclata di alta qualità anche per ridurre i rischi legati al nostro paese, dove l’incertezza normativa e gli ostacoli burocratici rendono difficile continuare a operare nell’ottica dell’economia circolare. Da parte delle istituzioni spagnole abbiamo invece riscontrato grande disponibilità ed elevata competenza”.
Un anno dopo è cambiato qualcosa?
«Ancora nessuna risposta diretta, se non un dibattito che si è aperto a livello nazionale e toscano, ma che trova le solite e difficoltà politiche e contrapposizioni localistiche. Per far decollare l’economia circolare e far recuperare il maggior quantitativo possibile di scarti industriali, il sistema italiano necessiterebbe di semplificazione, maggiore chiarezza normativa e indirizzi politici chiari e definiti, come nella maggior parte d’Europa. Attendiamo da anni la soluzione della “End of Waste”, sembrava che questo governo volesse approvare le norme già nelle settimane passate ma all’ultimo tutto è stato bloccato per l’ennesimo veto incrociato politico».

Se un gruppo come Lucart si vuole sviluppare in Italia mantenendo fede ai suoi principi, quali ostacoli trova?«Abbiamo progetti in stand by da anni, per le cause già citate».
Oggi si parla molto di economia circolare: da uno a dieci, a quale livello si trova l’Italia? A che punto la Toscana?
«Nel nostro settore da sempre gli imprenditori si sono dovuti ingegnare per produrre carta senza avere disponibili le materie prime cellulosiche presenti invece nel Nord Europa o in America. Il distretto cartario lucchese è diventato così un’eccellenza italiana ed europea nel recupero della carta da macero proveniente sia dall’industria che dalla raccolta urbana. Tutte le aziende si trovano però in grossissima difficoltà nello smaltire i residui derivanti dalla fase di riciclo. Siamo al paradosso che le aziende cartarie invece di essere premiate perché riciclano e quindi creano ricchezza e aiutano l’ambiente risolvendo un problema, vengono tassate perché non si vogliono fare gli impianti per trattare gli scarti della fase di riciclo».
Lucart è una delle 5 aziende italiane a far parte del Network Circular Economy 100: come e in che tempi riuscirete grazie a questa partecipazione ad accelerare la conquista dei vostri obiettivi nell’economia circolare?


«I progetti di economia circolare che stiamo sperimentando con successo da anni, ci hanno insegnato che funzionano se coinvolgono stakeholder diversi da quelli della filiera tradizionale e che devono comprendere enti di ricerca, amministrazioni, aziende innovative di altri settori e privati cittadini».
In Toscana quali sono i problemi dello smaltimento?
«Mancano i termovalorizzatori, mancano le discariche, le aziende devono impiegare ingenti risorse economiche per smaltire fuori regione e addirittura all’estero i propri scarti industriali. Se Austria, Germania, Slovenia eccetera si fanno pagare per smaltire i rifiuti, producendo energia che rivendono in Italia, qualche domanda ce la dobbiamo fare. La Regione fa quel che può, purtroppo in passato ha dato forza ai comitati ambientalisti e oggi ha le mani legate. In altre regioni i termovalorizzatori ci sono e funzionano in sicurezza, come nel resto d’Europa».


Lucart ha speso 1,668 milioni (grazie anche a contributi pubblici ed europei) per mettere a punto un processo che trasforma i fanghi per cartiera in nuovi prodotti per l’industria: in cosa consiste questo progetto?
«Poiché tutti i progetti che avrebbero potuto dare una soluzione rapida e sostenibile al problema dei fanghi di cartiera sono stati bloccati, abbiamo intrapreso un lungo e faticoso lavoro di ricerca. Oggi abbiamo i primi risultati tecnicamente incoraggianti, ma siamo consapevoli che serviranno ingenti investimenti in impianti e probabili modifiche normative. Se qualsiasi impianto di trattamento scarti viene osteggiato, anche la ricerca diventa inutile».
La normativa vigente in Italia su smaltimento, sostenibilità, economia circolare potrebbe indurre un gruppo a espandersi fuori dai confini nazionali?
«Certamente sì, se non cambiano le regole e se queste regole, equiparandole a quelle in vigore negli altri paesi europei, sarà impossibile far decollare una vera ed efficace economia circolare in Italia».

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