testo tratto da Il Tirreno del 17 novembre 2018

GROSSETO. Il dottor Roberto Palmieri, responsabile del dipartimento provinciale di Grosseto dell’Arpat, ieri ha rilasciato al Tirreno un’intervista in cui chiarisce il ruolo dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale rispetto alle emissioni maleodoranti che si avvertono in città, spiegando dove e come nasce il puzzo che sentiamo nell’aria.

 

 

Perché fino a 6/7 anni fa questo odore a Grosseto non si sentiva?

«Dal 2014, da quando cioè sono aumentate in modo considerevole le segnalazioni in città, Arpat indaga questo problema. Abbiamo creato una ricca banca dati fondata su 4 anni di, proteste, esposti e verifiche sul campo. Sono state anche elaborate mappe nelle quali vengono messi in correlazione i luoghi delle segnalazioni, la frequenza, il meteo, la presenza di sorgenti di cattivi odori. Non solo centrali per la produzione di energia elettrica da biogas, ma anche impianti di trattamento dei rifiuti, stazioni di sollevamento dei liquami o impianti di depurazione. Ecco, nella maggior parte dei casi le emissioni odorigene sono correlate all’attività delle centrali a biogas situate intorno a Grosseto. E in particolare allo stoccaggio delle biomasse destinate alla fermentazione e allo spandimento del digestato».

Se ho capito bene, il puzzo non esce dai camini degli impianti.

«Esatto, dai camini esce il prodotto della combustione del biogas, il quale è costituito principalmente da metano, anidride carbonica e altri gas per la parte residuale. I miasmi avvertiti in varie zone della città derivano da altri fattori, collegati alle caratteristiche delle biomasse di alimentazione e al prodotto della fermentazione. E poi attenzione a confondere il puzzo con la qualità dell’aria, magari facendo riferimento alle emissioni dei camini… La qualità dell’aria è un’altra cosa. È materia regolamentata dal decreto legislativo 155/2010».

Esistono evidenze scientifiche che collegano il puzzo a rischi per la salute delle persone?

«Questa domanda andrebbe posta all’Asl. L’Agenzia non si occupa di salute delle persone. Diciamo comunque che la presenza di odori nell’aria non è automaticamente indice di presenza di sostanze pericolose per la salute, e viceversa. A volte per percepire gli odori bastano concentrazioni bassissime di sostanze odorigene, mentre gli impianti a biogas presenti intorno a Grosseto (sette di potenza elettrica compresa tra 250 kilowatt e 999 kilowatt e uno più piccolo, quello del Bottegone) sono considerati scarsamente rilevanti ai fini delle emissioni in atmosfera».

È possibile in qualche modo obbligare le aziende titolari delle autorizzazioni a mitigare i cattivi odori?

«Le autorizzazioni cosiddette ‘integrate ambientali’ non prevedevano fino a poco tempo fa limiti quantitativi per le emissioni degli odori, cioè non esistevano norme per la misura degli impatti olfattivi. Un anno fa è entrata in vigore una legge che prevede la possibilità per le regioni di fissare limiti e dare ulteriori prescrizioni».

Problema risolto, quindi?

«Non proprio. Solo teoricamente. Arpat non può imporre direttamente ulteriori prescrizioni alle ditte. Devono farlo le autorità competenti rivedendo il contenuto delle autorizzazioni. Solo riaprendo la Conferenza dei servizi, Arpat, Asl e gli altri enti partecipanti, potrebbero mettere qualche paletto in più».

In questo periodo il cattivo odore si avverte di più. Perché?

«Per varie ragioni. La prima è che in questo periodo dell’anno entrano negli impianti, come sottoprodotti, le sanse dei frantoi, che hanno certe caratteristiche odorigene. La seconda è climatica, legata al ristagno dell’aria. Una terza può essere connessa agli spandimenti del digestato nei campi, fase anch’essa critica se non eseguita correttamente».

Non potete intervenire almeno su quest’ultimo fattore?

«In alcune occasioni abbiamo fatto delle verifiche che erano complementari ai controlli di tipo ambientale. Arpat, però, non svolge controlli sulle pratiche agronomiche, sui fertilizzanti. Per gli spandimenti del digestato, così come per il letame, dovrebbero essere seguite le cosiddette ‘Buone pratiche agricole”, come dettato da un decreto del Ministero dell’agricoltura, ma sono aspetti sui quali non abbiamo competenze».

E di chi sono, allora, queste competenze?

«Non saprei dire con certezza. In tema di fertilizzanti la competenza è del Ministero delle risorse agricole. Forse anche dei Comuni, che ricevono e valutano i cosiddetti Pua (cioè i Piani di utilizzazione agronomica), redatti dalle ditte che compiono gli spandimenti».

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