testo tratto da La Nazione del 12 maggio 2019


SARANNO le infrastrutture il tema dellAssemblea dei soci di Confindustria Toscana Nord, in calendario giovedì.

Quest’anno, nella consueta rotazione fra le nostre sedi, sarà Prato ad ospitarla, nell’auditorium della Camera di commercio. Parleremo di tante infrastrutture non partite o rimaste a metà, di attese di autorizzazioni, di veti delle amministrazioni locali, di calcoli elettoralistici blocca-cantieri: un mondo che, da Prato alla Versilia, conta centinaia di opere grandi e piccole che, se partissero, porterebbero occupazione, migliore mobilità per persone e merci, più attrattività per gli investimenti.

Porterebbero anche vantaggi sul piano ambientale: lo dirò nella relazione che terrò giovedì, evidenziando che infrastrutture fatte con criterio non costituiscono certo una minaccia né per la salute né per l’ambiente.

FRA GLI ALTRI esempi, quello degli impianti per i rifiuti ma, ancor prima di questi, il tema degli scarti di lavorazione e del loro destino: o come rifiuto o come sottoprodotto, con la reintroduzione nel ciclo produttivo. La prima cosa da fare per i rifiuti, dal nostro punto di vista, è cercare di limitarne la quantità: limitarla soltanto, perché azzerarla è un’illusione e gli impianti di smaltimento – ribadiremo anche questo giovedì – sono indispensabili. Gli addetti ai lavori lo sanno, ma il grande pubblico forse no: l’industria, e nel tessile l’industria di Prato in particolare, spinge da tempo perché venga favorito il riutilizzo dei materiali di scarto. Ma non è già così, potrebbe chiedersi chi, giustamente, ha nella mente l’immagine di Prato città della lana riciclata? Sì, certamente lo è, e il distretto pratese è un campione assoluto in questa vera e propria arte del riciclo. Però si potrebbe fare molto meglio, con le tante fibre che giungono a Prato come abiti usati (o post-consumo, per precisione tecnica, che poi sono i mitici e letterari stracci di malapartiana memoria) o che si generano nel distretto stesso appunto come scarti di lavorazione.

Il problema non è tecnico ma normativo. Lo spirito green che anima i legislatori si scontra con le remore dei legislatori stessi che evidentemente temono di vedersi scappare di mano i flussi dei rifiuti e il controllo del business relativo, che si presta purtroppo ad abusi. La conclusione è che residui tessili come cascami, testate, fila, frasami, ritagli che potrebbero configurarsi come sottoprodotti finiscono spesso invece fra i rifiuti: questo perché le condizioni fissate dalla normativa implicano dei passaggi burocratici gravosi che non sempre le aziende sono in grado di effettuare. Semplificate, andiamo raccomandando; e nel frattempo abbiamo preparato delle linee guida per aiutare le imprese a orientarsi meglio fra i tanti adempimenti che vogliono garantire la tracciabilità dei materiali e la definizione delle loro caratteristiche.

Per il post-consumo il problema normativo è ancora più serio: si tratta di materiali che sono già rifiuto e che per tornare con facilità a essere riutilizzabili dovrebbero vedersi applicate procedure end of waste bloccate dalla Cassazione. In definitiva: non è impossibile riutilizzare materiali tessili pre e post-consumo, ma le normative sembrano pensate per scoraggiare chi voglia farlo. Malaparte, dalla sua tomba a Spazzavento, forse ride amaramente vedendo come nella sua Prato la burocrazia abbia reso difficile anche la più tradizionale delle attività.
Giulio Grossi Presidente Confindustria Toscana Nord

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