testo tratto da greenreport.it del 14 giugno 2019


L’economia circolare nella morsa dei paradossi normativi: le nuove disposizioni non consentono di riciclare molte tipologie di rifiuti, né di ottenere nuovi prodotti riciclati, né avviare nuove attività di riciclo. Ronchi: «Colpisce come in un decreto che punta a sbloccare i cantieri si sia dimostrata una così scarsa conoscenza di un settore strategico»

Il cosiddetto decreto Sblocca cantieri è stato approvato ieri in via definitiva, ma per il mondo della green economy c’è poco da festeggiare: l’emendamento introdotto dalla Lega e limato dal M5S per sbloccare lo stallo sull’End of waste – ovvero le normative necessarie per certificare quando gli scarti hanno perso la loro qualifica di “rifiuto” al termine di un processo di recupero, e possono dunque tornare sul mercato – si sta dimostrando un boomerang. Dopo l’allarme lanciato dalle imprese di settore riunite in Assoambiente, Utilitalia, Unicircular e Anpar – che hanno prontamente chiesto l’apertura di un tavolo di confronto col ministero dell’Ambiente – oggi anche la Fondazione per lo sviluppo sostenibile conferma che le disposizioni contenute nel decreto non consentono di riciclare molte tipologie di rifiuti, né di ottenere nuovi prodotti riciclati, né avviare nuove attività di riciclo.

Come ricorda Edo Ronchi, presidente della Fondazione ed ex ministro dell’Ambiente (che 22 anni fa ha introdotto il decreto legislativo 22/97, rivoluzionando la gestione dei rifiuti in Italia), ci sono voluti «quasi sedici mesi per intervenire con nuove norme dopo la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 che, riscontrando una carenza legislativa in materia, aveva bloccato sia i rinnovi sia le nuove autorizzazioni, da parte delle Regioni, per il riciclo di rifiuti non regolato da regolamenti europei o da decreti nazionali: un blocco che ha recato gravi danni al settore coinvolgendo quasi tutte le attività innovative di riciclo e le nuove norme in materia,inserite nel decreto sblocca cantieri non risolvono un bel niente».

Al proposito Ronchi spiega che, in attesa dei decreti ministeriali (ne sono stati pubblicati solo due e altri sono attesi da anni), la nuova norma approvata stabilisce che continuano ad essere utilizzati come decreti per la cessazione della qualifica di rifiuto (End of waste) il DM 5 febbraio 1998 e successivi, compresi i loro allegati che non consentono di riciclare molte tipologie di rifiuti con provenienze o con caratteristiche non previste dal DM stesso.

«Le nuove disposizioni – osserva Ronchi (nella foto, ndr) – hanno quindi ingessato il riciclo dei rifiuti, fermandolo alle tipologie, tecnologie e prodotti del 1998, ignorando il grande progresso che c’è stato e che continua con grande rapidità e numerose innovazioni che non possono aspettare i tempi lunghi, di anni, dei decreti nazionali. Colpisce come in un decreto che punta a sbloccare i cantieri si sia dimostrata una così scarsa conoscenza di un settore strategico come quello del riciclo dei rifiuti, approvando norme che bloccano lo sviluppo di nuovi impianti e nuove attività industriali che sono pronte a partire e che porterebbero vantaggi ambientali, occupazionali ed economici».

Qualche esempio? Tra le tipologie di rifiuti che non possono essere riciclati ci sono i rifiuti da spazzamento stradale che oggi potrebbero essere recuperati con produzione di ghiaia e sabbia; i rifiuti in vetroresina da demolizione delle barche e pale eoliche; tra le attività di recupero non previste ci sono attività di produzione di biometano da rifiuti organici; attività di trattamento di rifiuti di plastiche miste per ottenere prodotti non conformi ai prodotti in plastica usualmente commercializzati, alcuni trattamenti innovativi dei Raee (Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche); tra i prodotti, la produzione di aggregati riciclati, con il riciclo dei rifiuti inerti da costruzione e demolizione o il granulo per i campi da calcio ottenuto dai Pfu (pneumatici fuori uso).

Cambiano le legislature e i Governi, ma quel ricorrere ad «una normativa ottusa e miope» che blocca l’economia circolare italiana, come denunciato già due anni fa da Legambiente, non passa purtroppo mai di moda.

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