testo tratto da La Repubblica del 19 ottobre 2018

 

 

«Soltanto ieri sono stato contattato da quattro persone di Comuni diversi che mi chiedevano se avessi capannoni da riempire di rifiuti » . Nelle parole di un imprenditore edile che vive a Milano, che costruisce appartamenti in giro per il nord e che chiede di rimanere anonimo, c’è il racconto di quello che sta accadendo in questi mesi in Lombardia.

Una caccia sfrenata ai capannoni. Agli spazi vuoti dove seppellire rifiuti. Aziende fallite, spazi in disuso, locali abbandonati, cave. Qualunque sito dove poter depositare le tonnellate di balle di plastica, inerti, gomme, scarti industriali che hanno due possibili destini: restare nascosti per sempre o finire bruciati

Dall’edilizia al nuovo business

A caccia di capannoni sono i broker dei rifiuti, colletti bianchi che mettono in contatto le aziede che li producono e chi ha gli spazi dove nasconderli. Sono spesso imprenditori edili colpiti dalla crisi, falliti, che hanno dismesso l’attività ma conservano depositi, magazzini, aree libere che all’improvviso valgono oro. Nel caso dell’incendio di gennaio a Corteolona (Pavia), chi gestiva i 16mila metri cubi di plastica, gommapiuma e stracci bruciati aveva un passato nell’edilizia ma nessuna esperienza nel riciclo. Nell’inchiesta dei carabinieri della Forestale, coordinati dal pm Silvia Bonardi, è emerso che l’imprenditore Riccardo Minerba era il riferimento delle imprese per smaltire tonnellate in modo rapido e poco costoso. In quattro mesi il guadagno è stato di oltre un milione.

Perché si risparmia

Il fuoco abbatte i costi e cancella le prove. Elimina concorrenti insidiosi e inquina il mercato. La chiusura imposta dalla Cina all’importazione di “ plastiche eterogenee di bassa qualità” — come ha scritto Repubblica già un anno fa — ha aumentato il surplus di rifiuti.

Il materiale da smaltire in circolazione aumenta, e i prezzi dello smaltimento negli inceneritori s’impenna. Rendendo sempre più convenienti gli incendi: 250 negli ultimi due anni al nord, ne ha contati il Gruppo di tutela ambientale dei carabinieri, già 18 in Lombardia quest’anno. «È un aumento esponenziale — denuncia da tempo il capo dell’Antimafia milanese Alessandra Dolci — . Noi indaghiamo sugli incendi non come casi isolati, ma come episodi di un unico sistema criminale. Per ora non possiamo parlare di coinvolgimento della criminalità organizzata classica, ma non sappiamo dove ci porteranno le indagini ».

Novate, rogo dopo le minacce

La Ri.Eco, la società di smaltimento della carta di proprietà di A2a, andata a fuoco domenica notte, si trova a Novate, poco distante dagli orti di via Vialba, luogo storico di insediamento delle cosche di ‘ ndrangheta. La maxi inchiesta “ Infinito” del 2010 ha documentato come gli orti ospitassero i summit dei locali di ‘ndrangheta di Bresso e Bollate, e fossero frequentati da affiliati del calibro di Giuseppe Anghelone, condannato per il sequestro di Alessandra Sgarella. Dopo aver vinto l’appalto per lo sgombero degli orti, la Ri. Eco è stata oggetto di minacce. A novembre le sue ruspe avevano iniziato a muoversi nell’area. Quattro giorni dopo, un uomo elegante in giacca e cravatta si è presentato negli uffici della ditta e ha minaccia il titolare. Un’intimidazione grave che ha portato alla rinuncia dell’appalto — poi vinto da un’altra società di Novate, dopo un’altra gara — e a un’interrogazione parlamentare del deputato Pd Vinicio Peluffo, che chiedeva al Viminale di «innalzare il livello di allerta relativo alla possibile presenza di criminalità organizzata » . Una coincidenza inquietante. Che torna d’attualità dopo il rogo che ha portato alla distruzione dell’azienda e di tonnellate di carta.

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