testo tratto da Il Sole 24 Ore del 30 giugno 2019


L’Ilva e le sue dieci sorelle. Sono le grandi crisi dell’Italia industriale. Il destino manifatturiero del nostro Paese non è a rischio: la natura profonda di una comunità non può essere negata e annichilita.

Questa identità può, però, essere sicuramente contraddetta e compromessa. Con risultati del tutto imprevedibili. La cultura anti-industriale espressa dall’attuale Governo nella componente dei Cinque Stelle ha aspetti di profonda avversione verso alcuni elementi costitutivi della civiltà del lavoro e la fisiologia delle attività economiche: la stabilità del quadro giuridico in cui si opera, la reputazione internazionale del Paese, le regole di base dei mercati azionari, la simbiosi tra tessuto produttivo e infrastrutture (l’avversione per la Tav), i meccanismi di funzionamento dell’economia reale in cui degnissime attività come l’allevamento delle cozze non possono sostituirsi ad attività industriali di base.

La cultura a-industriale, nel senso privativo di una cultura che non si trasforma in pratica politica a favore dell’industria, espressa dall’attuale governo nella componente della Lega si salda con la cultura anti-industriale: i nuovi significati assegnati al debito pubblico (può non essere pagato, è un problema di altri, non è addirittura un problema), l’insistenza su fenomeni balzani e pericolosi come i minibot e la sottovalutazione della questione dello spread definiscono un innalzamento continuo dei costi generali del sistema industriale e un deterioramento profondo della sua finanza di impresa.

Questa cultura è un lievito velenoso in una economia italiana che di per sé, al netto della vocazione distruttrice della politica, si trova in un passaggio assai delicato. La nostra manifattura è infatti segnata dalla riduzione avvenuta negli ultimi 15 anni dei trasferimenti tecnologici e di know-how manageriale dalle casemadri delle multinazionali alle consociate italiane. Multinazionali che sono elementi essenziali del nostro tessuto produttivo. Ma che, da ancor prima del 2008, hanno iniziato a disimpegnarsi. Tanto che, in un quadro simile, non sorprendono i progetti di abbandono o di graduale addormentamento delle loro attività in Italia. E, tanto più, vanno valutate le misure pubbliche.

Il Mise dove operano il ministro Luigi di Maio, capo politico dei Cinque Stelle, e il viceministro Dario Galli, leghista ha destrutturato e riorganizzato il desk per le emergenze industriali. Mutando le controparti per i sindacati e per le imprese e creando non pochi problemi di continuità e di efficacia. Ma, al di là della contingenza politica espressa da questo o dal prossimo Governo, esiste la necessità di capire come ricalibrare questa attività. Che funziona bene quando le cose si mettono bene, come per esempio con Electrolux e Idealstandard. Ma che – quando le cose si mettono male – appare un pronto soccorso basato sul metadone della Cig e sulla ricerca di un acquirente per imprese zombie, ventilato se non sobillato da sindacalisti e politici locali, come si è visto a Piombino con l’algerino Issad Rebrab, peraltro oggi nelle patrie galere, allora voluto e invocato per la Lucchini.

L’attuale sbandamento strategico della manifattura italiana, l’insediarsi di una cultura anti-industriale al Governo, il graduale e silenzioso disimpegno tecno-manageriale delle multinazionali e l’acuirsi delle singole crisi fino all’ultimo rumore sordo dell’Ilva rischiano di interrompere il processo di aggiustamento della manifattura italiana che, ancora una volta, dal 2008 ha mostrato le sue attitudini metamorfiche. È vero che, come ha dimostrato l’economista Sergio De Nardis rielaborando dati di Eurostat e della Commissione Europea, il ridimensionamento del nostro apparato produttivo permane: fissata a 100 la capacità produttiva manifatturiera nel 2007, l’Italia è adesso a 82,5 punti, contro il 91,9 della Francia e il 110 della Germania.

Ma è altrettanto vero che quel che resta ha recuperato in produttività. De Nardis, nel working paper 6/2019 della School of European Political Economy della Luiss, ha mostrato come, dal 2008, il gap della nostra produttività manifatturiera rispetto a quella tedesca sia rimasto abbastanza costante: siamo sempre al 65% della loro, il divario non è cresciuto. Il valore aggiunto industriale sul totale dell’economia italiana è salito, da allora a oggi, dal 15% al 18 per cento. E, questo, nonostante il calo degli occupati dell’industria sul totale (dal 17% al 15%) e, appunto, in virtù dell’aumento della produttività manifatturiera del lavoro, sia oraria sia per persona. Adesso, dunque, questo assestamento della fisiologia interna potrebbe essere minato da diverse forme patologiche: in particolare la trasformazione (definitiva) dell’Italia in una realtà inospitale per le imprese, nazionali e multinazionali, e l’ascesa dalla pancia della nazione ai palazzi della politica di una cultura anti-industriale che, il Paese delle fabbriche, non merita.
Paolo Bricco

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