testo tratto da Il Sole 24 Ore del 03 novembre 2018

 

Potenzialmente più di Ilva, del Tap e della Tav. C’è un dossier ancora più delicato nei rapporti tra il governo e i territori che difendono il principio del Nimby (“non nel mio cortile”). Si chiama Cnapi, Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il Deposito unico per i rifiuti nucleari.

Un documento che resta nei cassetti a dispetto del clamoroso ritardo accumulato negli ultimi anni e di una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea. Di governo in governo, e di elezione in elezione, la realizzazione del deposito nazionale – il cui percorso è disciplinato da un Dlgs del 2010 – è stata via via posticipata, ufficialmente per le complicazioni dell’iter, ufficiosamente per il timore delle proteste dei territori che saranno designati come aree idonee.

Il presidente grillino della commissione Industria del Senato, Gianni Girotto, ha avviato nella disattenzione generale un’indagine sulla gestione dei rifiuti nucleari che prevede un elenco fiume di audizioni. Le più attese – dei ministeri dello Sviluppo e dell’Ambiente – sono da calendarizzare ma quelle che si sono già svolte sono sufficienti per capire che il tema non potrà restare sotto traccia ancora a lungo. E la melina del governo prima o poi dovrà interrompersi. In audizione è arrivata nelle scorse settimane la sollecitazione dell’Anci, l’associazione dei Comuni, che chiede la pubblicazione urgente anche se manca ancora il Programma di gestione dei rifiuti. Ci sono regioni – Sardegna, Basilicata, Puglia – che già hanno dato segnali di diniego per il deposito futuro e c’è l’insoddisfazione crescente di quelle regioni – vedi Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte – che ospitano siti da smantellare o depositi provvisori. «Siamo convinti della convenienza di un deposito unico – commenta il sottosegretario del Mise Davide Crippa – e ci stiamo lavorando, anche se non ci sono ancora indicazioni sui tempi».

Tutti i passaggi, data per data

Dopo i rinvii tecnici dei mesi precedenti arrivati in attesa dei pareri vari, fece discutere l’intenzione dell’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda di pubblicare la Cnapi a elezioni concluse, prima dell’insediamento del nuovo governo. «Non ha senso pubblicarla senza prima definire il Programma nazionale di gestione dei rifiuti – era stata la replica di M5S, a partire dal senatore Girotto – e senza una governance capace di portare avanti il decommissioning dei centri nucleari». Un’eredità sgraditissima, dunque, che passa di governo in governo. In audizione alla Camera, il 25 luglio, il ministro dell’Ambiente Sergio Costa spiegava che si era ancora in attesa di una relazione di validazione da parte dell’Ispra (nel frattempo diventato Isin, Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare). Durante la sua audizione al Senato del 19 settembre, l’Isin considerava invece l’iter già chiuso. Riportando nel dettaglio (si veda la scheda) tutti i passaggi intervenuti dall’inizio del 2015 alla fine di marzo 2018 quando – a elezioni vinte da M5S e Lega – il vecchio governo, ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti, chiede ulteriori chiarimenti all’ex Ispra per poi chiudere la pratica e passare la palla al nuovo esecutivo.

Quanto pesa il ritardo

Il ritardo del Programma cui si riferiva Girotto è all’origine della procedura di infrazione Ue. Si attende l’emanazione della Vas (valutazione ambientale strategica), ad ogni modo, secondo alcuni tecnici del governo, la pubblicazione del Programma non è strettamente vincolante per diffondere la Cnapi. Nelle audizioni sono emersi tutti i rischi del ritardo, a partire dal carattere vetusto delle attuali strutture di stoccaggio e dai costi crescenti per la gestione provvisoria. Oggi i circa 30mila metri cubi di rifiuti radioattivi sono distribuiti in tutta Italia in una ventina tra depositi provvisori e siti minori. Invece il combustibile nucleare, ad alta attività, è stato in parte trasferito nel Regno Unito. C’è un accordo anche con la Francia, sospeso però perché prima di accettare altri rifiuti Parigi ha chiesto rassicurazioni sulla realizzazione del deposito. Dal ciclo di audizioni, intanto, stanno arrivando indicazioni utili per le prossime scelte: un tema in esame, ad esempio, è lo spacchettamento tra i rifiuti a bassa e medi attività (nel deposito nazionale) e quelli ad alta (si potrebbero valutare accordi con Paesi dell’Est Europa).

I costi

Al tema del ritardo, si aggiunge quello sui costi. Per i lavori del deposito nucleare e dell’annesso parco tecnologico per la ricerca – che, da piani, dovrebbero partire a fine 2019 e durare 5 anni – è stato stimato un investimento di 1,5 miliardi. A finanziarli sarà la bolletta elettrica che già oggi copre l’esborso per lo smantellamento degli impianti nucleari. Anche su questo, le polemiche non mancano. Lo stesso Girotto ha parlato di stime «lievitate a 7,2 miliardi dai 6,8 miliardi previsti inizialmente». Un aggiornamento, va detto, nato a valle dell’interlocuzione della Sogin, l’azienda di Stato responsabile del processo e della gestione dei rifiuti radioattivi, con l’Agenzia internazionale per l’energia che nel 2017 ha passato al radar tempi e costi del decommissioning italiano per poi promuoverlo. «Dal 2001 al 2017 il programma è stato realizzato per un terzo delle attività, costando 3,6 miliardi, cioè il 50% del budget» ha aggiunto Girotto, mentre il sottosegretario Crippa ha chiesto una velocizzazione del piano.

Gli ultimi numeri della Sogin segnalano che nel 2017 l’azienda ha realizzato «la seconda migliore performance», dopo quella del 2015, per lo smantellamento (63,2 milioni, +13% rispetto alla media storica 2010-2016) e, con la semestrale 2018, ha superato i livelli precedenti con la previsione di raggiungere a fine anno oltre 80 milioni, «il migliore risultato di sempre», si sottolinea.

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