Ma una normativa nazionale come quella impostata con lo “Sblocca Italia” deve essere soggetta ad una valutazione ambientale preventiva

testo tratto da greenreport.it dell’8 Maggio 2019

Alcune associazioni capitanate dal “Movimento legge rifiuti zero per l’economia circolare” hanno a suo tempo ricorso al Tar Lazio contro il Dpcm attuativo dell’art.35 dello “Sblocca Italia” – elaborato nel 2014 dal Governo Renzi, mentre il Dpcm è del 2016 –, che prevede un contestato potenziamento degli inceneritori come elemento per la gestione del ciclo integrato dei rifiuti; a sua volta il Tar nel 2018 ha passato la palla alla Corte di giustizia Ue e oggi, a cinque anni dall’arrivo dello Sblocca Italia, l’iter è finalmente giunto a sentenza (disponibile integralmente in allegato, ndr).

Sono due i punti sollevati dai comitati in tribunale, e riguardano l’interpretazione della direttiva Vas (la 2001/42/CE) e quella sui rifiuti (la 2008/98/CE). Sintetizzando molto: è coerente attribuire agli inceneritori – o meglio ai termovalorizzatori, in quanto prevedono recupero di energia – individuati dal Dpcm il valore di “infrastrutture di interesse nazionale” alla luce della gerarchia europea per una corretta gestione dei rifiuti? Ed è corretto stabilire il potenziamento di questa infrastruttura senza una preventiva Valutazione ambientale strategica?

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, ovvero il rapporto tra il Dpcm e la direttiva Vas, la Corte di giustizia Ue afferma chiaramente che «una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, costituita da una normativa di base e da una normativa di esecuzione, che determina in aumento la capacità degli impianti di incenerimento dei rifiuti esistenti e che prevede la realizzazione di nuovi impianti di tale natura, rientra nella nozione di «piani e programmi», ai sensi di tale direttiva, qualora possa avere effetti significativi sull’ambiente e deve, di conseguenza, essere soggetta ad una valutazione ambientale preventiva».

Per quanto riguarda invece il primo punto, la Corte di giustizia Ue all’interno della sentenza odierna riporta anzitutto integralmente la richiamata gerarchia dei rifiuti, che è composta – nell’ordine – dalle seguenti possibilità: prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia (fattispecie in cui ricadono anche i termovalorizzatori, ndr), smaltimento. Il che significa che tutte queste opzioni sono ricomprese nella gerarchia, e che nell’applicarla «gli Stati membri – riporta la Corte – adottano misure volte a incoraggiare le opzioni che danno il miglior risultato ambientale complessivo. A tal fine può essere necessario che flussi di rifiuti specifici si discostino dalla gerarchia laddove ciò sia giustificato dall’impostazione in termini di ciclo di vita in relazione agli impatti complessivi della produzione e della gestione di tali rifiuti». In definitiva, il principio della gerarchia dei rifiuti «deve essere interpretato nel senso che non osta ad una normativa nazionale, come quella di cui trattasi nel procedimento principale, che qualifica gli impianti di incenerimento dei rifiuti come “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale”, purché tale normativa sia compatibile con le altre disposizioni di detta direttiva che prevedono obblighi più specifici».

Aggiornando il quadro generale alle più recenti direttive sull’economia circolare approvate dall’Ue – e in attesa di essere recepite dall’Italia –, gli obiettivi Ue per i rifiuti urbani puntano per il 2035 al 65% di riciclo e al 10% di discarica (con dunque un 25% di rifiuti che dovrà essere avviato a valorizzazione energetica). Le tre diverse opzioni sono intese come un sistema integrato, a priorità decrescente, ma gli ultimi dati Ispra disponibili mostrano come tutto questo sia ancora lontano: nel 2017 in Italia il 47% dei rifiuti urbani è stato avviato a recupero di materia, il 18% a termovalorizzazione e il 23% in discarica.

Come osservavamo su queste pagine già nel 2016, mentre il decreto attuativo dello Sblocca Italia era ancora in discussione, appare del tutto controproducente continuare a impostare la gestione dei rifiuti attorno alla diatriba inceneritori sì – inceneritori no, dato che questo tipo di impianti non dovrebbe rappresentare né una panacea per risolvere il problema, né un tabù. Quel che servirebbe per inaugurare un vero modello di economia circolare è un approccio olistico alla gestione non solo dei rifiuti prodotti, ma anzitutto ai flussi di materia (estrazione, produzione, consumo) che vanno a produrli, per poi individuare – evidentemente anche attraverso una Valutazione ambientale strategica preventiva – l’effettivo fabbisogno della filiera necessaria a valle (dagli impianti di selezione e avvio a riciclo alle discariche) per gestire i rifiuti prodotti da cittadini e imprese. Il tutto, naturalmente, accompagnato da adeguati incentivi economici nel rispetto della gerarchia europea. Se ad esempio è sempre stato un controsenso incentivare la termovalorizzazione, non è chiaro perché ancora non sia mai stato introdotto un incentivo nazionale al riciclo; il timido tentativo abbozzato nella legge di Bilancio 2018 è morto per mancanza di decreti attuativi, e quello inaugurato con la legge di Bilancio 2019 rischia di fare la stessa fine.

Il tempo per provare a giungere a questa prospettiva più ampia dello scontro tribale sì-no inceneritori nel frattempo è sempre meno: i rifiuti continuano ad essere prodotti, e gli impianti industriali – di tutti i tipi – legalmente autorizzati a gestirli sono sempre meno. Non c’è purtroppo da stupirsi se nel mentre roghi e smaltimenti illegali sono diventati all’ordine del giorno.

Share This