testo tratto da Corriere della Sera del 24 dicembre 2018

I rifiuti stanno diventando metafora della nostra disunità. Tutti contro tutti: i Comuni laziali contro Roma (che riversa su di essi la sua immondizia per scongiurare il collasso natalizio); le Regioni del Nord contro quelle del Sud; gli amministratori locali contro i nazionali. L’Europa trasecola e ci punisce: troppe discariche non a norma sparse sul territorio ci costano decine di milioni di euro in procedure d’infrazione.

Figlia di un regionalismo malato quanto i Lea (i livelli di assistenza sanitaria, spesso europei al Nord e africani al Sud), la questione ha aperto una ferita che le contraddizioni dell’esecutivo gialloverde tendono ad aggravare, come testimonia lo scontro sugli inceneritori in Campania tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I politici hanno sempre giocato sul notevole tasso esoterico della materia per sfuggire al giudizio della gente: dunque, proviamo a semplificare.

Le Regioni del Sud sotterrano molto i rifiuti indifferenziati e avversano gli inceneritori, quelle del Nord fanno molta differenziata e bruciano efficacemente il residuo (al Nord sono installati due terzi degli inceneritori italiani). La raccolta differenziata è certo una cartina di tornasole del civismo delle comunità (a Venezia supera il 60 per cento, a Enna è ferma all’11) ma anche della tendenza al bluff di taluni sindaci: Virginia Raggi a Roma sta al 43 per cento, giura di poter arrivare al 70 entro fine mandato ma cresce appena di un punto l’anno e il suo mandato dovrebbe durare dunque fino al 2045; Luigi de Magistris disse che in sei mesi sarebbe arrivato al 70 ma dopo sei anni è fermo al 33 ed «esporta» mondezza a peso d’oro (per le tasche dei suoi cittadini). Il mito della differenziata è talvolta scappatoia degli amministratori locali che non vogliono contrariare l’elettorato fomentato contro gli inceneritori dalla sindrome Nimby (non nel mio cortile). Infatti il Sud ha visto rivolte masanielliane (camorristi e antagonisti uniti) contro l’inceneritore di Acerra, su cui Bassolino si giocò la carriera politica, oggi unico baluardo a evitare il tracollo dell’area; e, più di recente, contro l’inceneritore (mai costruito)a Giugliano, una trincea sulla quale si sono trovati il governatore De Luca, parroci, centri sociali e grillini. Zingaretti, probabile futuro segretario pd, vive il paradosso di avere spento da governatore del Lazio l’inceneritore di Colleferro cedendo alla piazza e di avere appena trattato un accordo proprio a Colleferro con la discarica privata che dovrebbe alleviare i guai di Roma dopo l’incendio dell’impianto sulla Salaria.

Il populismo ecologista trasversale predica che con una buona differenziata non servano i demoniaci inceneritori. È una bugia: le due cose non sono alternative ma complementari. E gli inceneritori (termovalorizzatori) possono essere anche molto ecologici e persino belli (Spittelau, nel centro di Vienna, è un’attrazione turistica).

Il caso italiano esplode per l’endemica emergenza di Roma e perché le Regioni del Nord, più avanzate, sono logicamente stufe (la rivolta, anch’essa trasversale, dilaga dalla Lombardia all’Emilia Romagna): si ritrovano con gli impianti congestionati dall’immondizia del Sud, che si oppone a impianti propri e trasferisce spazzatura al Nord anche forte di una legge «solidale» varata da Renzi nel 2014 (la 164, che all’articolo 35 prevede come «negli impianti di recupero energetico di rifiuti urbani localizzati in una Regione» possano essere smaltiti, pagando, anche quelli prodotti in altre Regioni). Renzi, nel Salva Italia, voleva in realtà pure 12 nuovi inceneritori, ma fu bloccato dalla fronda dei governatori pd.

Ora accade che Salvini colga il medesimo problema. Di fronte però al pittoresco ostruzionismo di Di Maio sulla Campania («gli inceneritori qui non c’entrano una beneamata ceppa») la Lega, sposando la disunità d’Italia con un riflesso, diciamo, veteroleghista, si limita adesso a dar voce alla protesta del Nord e presenta un disegno di legge per «l’autosufficienza delle Regioni»: ognuno si tiene la propria immondizia e amen. Ma se è giusto denunciare un malessere, sbagliato è esasperarlo. L’effetto nel breve e medio periodo sarebbe devastante per il Sud e per Roma, la frattura insanabile. La soluzione è un’altra, ma in tempi di nuovo fervore autonomista sarà difficile vederla: perché sta nella piena primazia dello Stato in una materia spesso di controversa attribuzione; nella costruzione di nuovi termovalorizzatori anche al Sud, domando i ribellismi con una politica che restituisca a quei cittadini il senso di appartenenza alla comunità nazionale; nella gestione coordinata del ciclo dei rifiuti che, affidata fin qui a una pletora di soggetti in conflitto, è ridotta a manicomio. E, soprattutto, sta in un principio negletto, da opporre al localismo furbastro e spesso criminale: il superiore interesse dell’Italia.

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