testo tratto da greenreport.it del 03 maggio 2019

di Luca Aterini

La Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi stima che in 5 anni 190 miliardi di euro in investimenti (pubblici e privati), concentrati su 5 importanti obiettivi ambientali, potrebbero creare 800mila posti di lavoro e dare una scossa determinante alle performance di sostenibilità italiane: sembra una cifra enorme, non fosse che l’Italia avrebbe già oggi a disposizione molte più risorse in grado di guidare lo sviluppo della green economy, senza fare ulteriore deficit.

Basterebbe ri-orientare parte della spesa italiana per acquisti pubblici di servizi, prodotti e forniture, che vale oltre 160 miliardi di euro l’anno, come documenta la ricerca “Green Pa: pratiche di consumo sostenibile a lavoro”, appena pubblicata da Fpa in vista della 30esima edizione del Forum Pa, a Roma dal 14 al 16 maggio.

Tutto questo però non accade, nonostante siano passati tre anni dall’introduzione nel nuovo codice degli appalti dell’approccio del Green public procurement (Gpp) e dell’obbligatorietà dei Cam (Criteri ambientali minimi) nelle procedure di acquisto della Pubblica amministrazione e delle centrali di acquisto. «Alcune riflessioni interessanti in fatto di Gpp – si legge nel report – ci vengono dai dati ufficiali della Consip, secondo i quali “l’erogato green” nei quattro anni che vanno dal 2014 al 2017 ammonta complessivamente a 13,5 miliardi di euro. Nel 2017 le pubbliche amministrazioni che hanno fatto acquisti attraverso gli strumenti di eprocurement messi a disposizione dalla centrale acquisti nazionale hanno speso complessivamente 8,9 miliardi di euro, di questi il 38,2% (vale a dire 3,4 miliardi di euro) sono stati spesi per prodotti o servizi che prevedono criteri e requisiti ambientali». In ogni caso si tratta di cifre irrisorie rispetto ai 160 miliardi di euro in ballo ogni anno, nonostante i dati ufficiali mostrino come investire in green economy sia già conveniente per lo Stato: «La stessa Consip stima che questo comportamento di consumo, nel solo 2017, ha prodotto un risparmio economico per la Pubblica amministrazione di 380 milioni di euro e – in termini ambientali – ha permesso di risparmiare l’emissione di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 sul ciclo di vita dei prodotti.

Numeri che ci fanno immaginare che se si arrivasse a spendere green il totale della spesa pubblica italiana per acquisti di servizi, prodotti e forniture (parliamo di oltre 160 miliardi di euro) l’impatto economico e ambientale del Gpp assumerebbe livelli capaci realmente di dare avvio ad una economia e ad una crescita sostenibile».

Nonostante tutto, negli ultimi anni qualcosa in positivo si è mosso: secondo il 34,6% dei 1200 dipendenti pubblici (di cui il 15,5% lavora proprio nell’area acquisti) che hanno partecipato al sondaggio Fpa nella propria Pubblica amministrazione “è stata avviata una politica degli acquisti attenta all’ambiente e alla sostenibilità”. Una percentuale che, rispetto al 2017, è cresciuta di 5,2 punti anche se solo nel 23% dei casi si tratta di una politica Gpp formalizzata. Ancora troppo poco, com’è evidente, per dare la necessaria spinta alla green economy attraverso gli acquisti pubblici.

Più in generale i risultati della ricerca evidenziano, rispetto alla rilevazione di due anni fa, una «Pa più “green”, i cui passi avanti sono scanditi dagli obblighi assunti in Europa e negli accordi internazionali, ma spinti anche da una maggiore consapevolezza delle persone – commenta Gianni Dominici, direttore generale di FPA – Si denota infatti un miglioramento nei comportamenti sostenibili dei dipendenti pubblici nell’utilizzo di apparecchiature elettriche, dell’illuminazione, dell’acqua, dei rifiuti plastici, della climatizzazione degli ambienti, della quantità di carta e inchiostro utilizzata, come nelle scelte relative alla mobilità. Nonostante questo, si fatica ancora a vedere gli impatti di queste azioni e la Pa ottiene mediamente ‘5 meno’ nella pagella di sostenibilità».

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