testo tratto da Il Sole 24 Ore del 17 novembre 2018

 

Non è il nome che conta bensì la tecnologia che adottano: a differenza degli impianti che non ricuperano l’energia, gli inceneritori (o termoutilizzatori, o termovalorizzatori) che distribuiscono nelle case il teleriscaldamento abbassano l’inquinamento dell’aria poiché fanno spegnere migliaia di piccole caldaie condominiali a gasolio, meno efficienti e meno controllate. In questo caso il bilancio per la qualità dell’aria è positivo.

 

Piuttosto che bruciare non è meglio la raccolta differenziata? La raccolta differenziata da sola non serve: è solamente un mezzo per rendere più facile il riciclo dei materiali riciclabili. Dove vanno oggi i rifiuti italiani?

L’Italia produce in genere attorno ai 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e 120 milioni di tonnellate di rifiuti industriali (dei quali solamente una piccola parte pericolosi). Viene riciclato circa il 65% dei rifiuti industriali. Viene ricuperato il 49% dei rifiuti urbani, ma il mercato non richiede materiali rigenerati; il 20% viene usato come combustibile per produrre energia nei termovalorizzatori; finisce in discarica il 25%. Il 6% ha altre destinazioni (giacenze, export).

Serve un centinaio di impianti, uno per provincia?

Gli inceneritori sono più efficienti dal punto di vista energetico e ambientale solamente quando sono più grandi, perché la combustione e le emissioni sono meglio controllabili quando hanno costanza di lavoro e di temperatura. La quantità e la qualità del combustibile raccolto da un bacino provinciale è meno costante.

Quale è la dimensione ideale per un termovalorizzatore?

L’esperienza italiana dice che sotto la capacità di 100mila tonnellate l’anno, i costi di gestione (che sono uguali agli impianti maggiori) sono troppo alti per rendere economicamente sostenibile l’impianto. Gli inceneritori di dimensioni minori sono in via di uscita dal mercato perché troppo costosi.

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