testo tratto da greenreport.it del 12 aprile 2019


di Luca Aterini


Tra ieri e oggi la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, presieduta dal deputato M5S Stefano Vignaroli, è tornata a fare il punto sulla gestione della spazzatura prodotta ogni giorno a Roma ma smaltita altrove.


Al proposito il direttore generale di Arpa Lazio Marco Lupo, chiamato in audizione, ha fornito informazioni puntuali relative al ciclo dei rifiuti a Roma. «Citando i dati Ispra riportano dalla Commissione , Lupo ha spiegato che quasi l80% dei rifiuti urbani del Lazio vengono prodotti nell’area della città metropolitana di Roma. Nel 2018, ha spiegato Lupo, circa 300mila tonnellate di rifiuti indifferenziati dell’area sono stati trattati in altre province. Nei primi quattro mesi 2019, a seguito dell’incendio al Tmb Salario, ha proseguito Lupo, i rifiuti della città metropolitana di Roma hanno saturato una quota compresa tra il 40% e il 70% della capacità dei tre Tmb nelle province di Viterbo, Latina e Frosinone. Nel complesso oggi, secondo quanto riferito da Lupo, circa 1 milione di tonnellate di rifiuti escono dalla città metropolitana di Roma, diretti a impianti di trattamento o smaltimento in base alla tipologia di rifiuto».

Anche il prefetto di Roma Gerarda Pantalone ha riferito in merito alla situazione del ciclo dei rifiuti a Roma, evidenziando «la precarietà del sistema e le principali criticità, legate sia alla carenza impiantistica, sia a condotte illecite», che naturalmente vengono favorite proprio dalla carenza di impianti legalmente autorizzati ad operare in sicurezza.

Si tratta di un dato sintomatico del rapporto paradossale che si è instaurato tra Roma e i suoi stessi rifiuti a partire dalla chiusura della più grande discarica d’Europa (Malagrotta, nel 2013), che negli anni non è stata sostituita da altri e più sostenibili impianti per la gestione degli scarti capitolini. A marzo 2017, grazie all’amministrazione guidata dalla sindaca M5S Virginia Raggi, Roma iniziava «il proprio percorso verso Rifiuti zero» con l’approvazione del Piano per la gestione sostenibile dei materiali post consumo 2017-2021, che si è però tradotto in uno stallo sostanziale: i rifiuti continuano naturalmente ad essere prodotti secondo quanto riferito dall’amministratore unico di Ama Massimo Bagatti nel 2018 gli urbani sono cresciuti del 2,5%, in controtendenza rispetto agli anni precedenti ma gli impianti per trattarli non ci sono mentre i pochi rimasti vanno incontro a progressive criticità (come nel caso del Tmb andato a fuoco lo scorso anno, comunque solo un impianto intermedio prima dell’approdo definitivo dei materiali in discarica o termovalorizzazione). E dunque la spazzatura finisce o fuori i confini cittadini (e nazionali), o nel circuito dell’illegalità.

Anche immaginando che Roma sia in grado di riciclare (e non solo differenziare) nel 2035 il 65% dei rifiuti, come chiede il nuovo pacchetto normativo Ue sull’economia circolare, per il restante 35% (inclusi gli scarti della raccolta differenziata) e per il trattamento della frazione umida, Fise Assoambiente stima che serviranno 4/5 impianti di digestione anaerobica per la frazione umida (1 termovalorizzatore per almeno 600.000 ton (più o meno come Acerra); 1 discarica di servizio a Roma o nel Lazio. Anzi: ascoltata oggi in Commissione parlamentare, la sindaca Raggi ha ribadito che «Roma Capitale è disponibile a valutare un supporto ad Ama in investimenti per impianti per la valorizzazione di rifiuti da raccolta differenziata. Laudita ha invece riferito della volontà di non aprire impianti di smaltimento, quali discariche e inceneritori». Sta di fatto che la realizzazione di nessuno degli impianti sopracitati né altri risulta oggi all’orizzonte.

Da questo punto di vista, Roma rappresenta al meglio difficoltà che sono all’ordine del giorno anche in molte altre aree del Paese: si stima che in un solo anno (dati 2016) i rifiuti italiani urbani e speciali abbiano percorso complessivamente 1,2 miliardi di km su territorio nazionale, il che equivale a percorrere circa 175.000 volte l’intera rete autostradale italiana, con tutti costi e l’inquinamento atmosferico che questo comporta, prima di riuscire impianti in grado di accoglierli per recuperarli e/o smaltirli in modo sicuro e legale.

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