testo tratto da greenreport del 10 maggio 2018

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Cispel: sono ancora 110mila le tonnellate di fanghi indirizzati fuori dal territorio regionale, con un’incidenza futura annua sulle bollette del servizio idrico superiore ai 20 milioni di euro.

 

Anche l’economia circolare – come tutti i processi industriali – produce scarti, anche se spesso preferiamo non accorgercene, schiacciati dal fascino dell’impatto zero. Purtroppo al di là delle apparenze in questi casi l’impatto ambientale non è mai zero, e spesso neanche quello economico. Anzi. La dimostrazione plastica arriva in Toscana dal settore dei fanghi di depurazione civile: attualmente sul territorio regionale se ne producono circa 110.000 tonnellate l’anno, che diventeranno 130.000 nei prossimi anni, con l’auspicato completamento della depurazione in tutte le zone. Si tratta dei reflui provenienti, molto prosaicamente, dai water che abbiamo tutti a disposizione nelle nostre case, opportunamente trattati e depurati: lo scarto derivante da questo processo consiste per l’appunto nei fanghi di depurazione, il cui recupero è regolamentato in Italia da una norma specifica (D.Lgs 99/1992) a recepimento di una direttiva comunitaria.

Il problema è che la Toscana da ormai molto tempo non sa dove metterli, queste 110.000 tonnellate di fanghi. Fino al 2016 il 30-40% dei fanghi biologici prodotti sul territorio regionale veniva recuperato in agricoltura nella nostra stessa regione, mentre il restante 60-70% era avviato presso impianti di compostaggio o di trattamento e recupero fuori regione, con una piccola quota inferiore al 5% in discarica. Sebbene la legge autorizzi lo spandimento dei fanghi di depurazione su terreni agricoli, dal settembre 2016, a seguito di indagini della magistratura, la Regione Toscana ha bloccato questa attività.

Il risultato è paradossale, come documentato in anteprima su queste pagine oltre un anno fa e come ribadito oggi da Cispel Confservizi Toscana: «Lo smaltimento dei fanghi di depurazione urbana della Toscana, ovvero quei fanghi derivati dal trattamento di depurazione delle acque reflue urbane, è attualmente indirizzato al 100% al di fuori del territorio regionale con un’incidenza futura annua sulle bollette del servizio idrico pagate dai cittadini toscani superiore ai 20 milioni di euro». Così, nel tentativo di evitare un presunto inquinamento ambientale legato allo spandimento dei fanghi in agricoltura, la certezza per il momento è quella di peggiori impatti economici e anche ambientali (come rende evidente il trasporto di 110mila tonnellate di fanghi al di fuori della Toscana).

«Recenti indagini delle procure – ricorda Cispel – hanno basato il loro giudizio preliminare sulla scelta di applicare le norme sulle bonifiche di terreni contaminati allo spandimento di fanghi in agricoltura. Una scelta tecnica e giuridica infondata ed incomprensibile, smentita dallo stesso Ministero dell’Ambiente in una lettera di risposta proprio alla Regione Toscana a gennaio 2017. Le autorizzazioni al recupero di fanghi in agricoltura sono così ferme in attesa di un chiarimento legale. Questo comporta che tutti i fanghi prodotti dagli impianti di depurazione dei gestori toscani del sistema idrico integrato vengono inviati presso impianti di recupero in Lombardia o Veneto, ai fini dello stesso impiego agronomico dei fanghi».

Dopo un anno e mezzo di crisi arriva però la prima buona notizia. È stato infatti ammesso al finanziamento regionale tramite il Fondo europeo sviluppo e ricerca (Por-Fesr) il progetto presentato da Acque industriali srl (con la stessa Cispel tra i subcontractor) denominato Sludge 4.0 “Economia circolare per il trattamento e la trasformazione dei fanghi biologici in biofertilizzanti”: un finanziamento che ammonta a 1 milione e 366 milioni di euro, per un progetto che complessivamente ne vale 3 milioni e 247 mila e punta a risolvere l’emergenza in corso.

«L’idea – spiega Massimo Aiello, direttore tecnico di Acque industriali – è quella di ottenere prodotti che possano trovare impiego come biocombustibili oppure utilizzabili in agricoltura come fertilizzanti e/o ammendanti e verificare sia gli sbocchi commerciali che di utilizzo per il prodotto primario del processo e cioè il biocarbone (lignite), e verificare la possibilità di utilizzo come biofertilizzante del prodotto secondario costituito dal concentrato estratto dalle acque di processo ricco di sostanze macronutrienti».

L’obiettivo del progetto Sludge 4.0 non è dunque limitato ad uscire dall’emergenza, ma punta a trovare soluzioni che mettano in sicurezza l’intero comparto in termini di scelte tecnologiche a costi sostenibili, nell’indirizzo dettato dall’economia circolare. Confusione normativa permettendo.

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