Sul tema rifiuti assistiamo ad un dibattito sui media un po’ convulso e, dal nostro punto di vista, assai confuso. Noi offriamo mensilmente un luogo di confronto vis a vis, ma dei duellanti non si vede mai neanche l’ombra. Si vede che il nostro contributo non interessa. Ce ne siamo fatti una ragione.

Noi parliamo, ovviamente, di noi.

E noi stiamo agendo, da due anni, sulla base:

a) di un preciso mandato ricevuto;

b) del rispetto delle leggi

c) del rispetto del mercato.

Pratichiamo (pratichiamo, non predichiamo) contemporaneamente il risanamento finanziario, la riqualificazione ambientale di un’area di circa 40 ettari, la salvaguardia e lo sviluppo occupazionale.

In questa opera ricicleremo circa 360.000 tonnellate di scorie. Non ci risulta che, su questo fronte, altri siano all’opera come noi.

Certo, se c’è da risanare finanziariamente e ambientalmente significa che abbiamo trovato un “buco” finanziario e “ambientale”. Sulle responsabilità di questo buco è normale che chi deve discutere, discuta. Meno opportuno è confondere il passato con il presente e con il futuro.

Noi non ci possiamo concedere il rischio che “il morto afferri il vivo”.

Neanche possiamo concederci che le e(in)voluzioni di contesto condizionino la vita dell’azienda. Siamo pronti a qualsiasi scenario i decision maker vogliano praticare, ma non ci si aspetti da noi che ci fermiamo perché altri stanno fermi o si sono fermati.

Abbiamo elaborato appena insediati (settembre 2015) un Piano Industriale sulla base del quale le banche ci hanno dato credito, SEI Toscana ha potuto prendere il ramo di azienda degli urbani e, ora, dopo un procedimento defatigante, abbiamo realizzato l’obiettivo di assegnare il primo 30% delle azioni.

Tutto ciò mentre i nostri bilanci sono tornati in attivo fin dal 2015, il debito è considerevolmente calato, le opere di risanamento iniziate (biogas e regimazione acque) e si sono fatte le prime assunzioni.

Si dirà (e si dice) che tutto ciò è stato possibile perché si importano rifiuti da fuori.

E’ tema da consegnare allo studio della psicologia di massa il fatto che se si fosse tornati “a colare acciaio” dal 1° di gennaio 2017, come tutti ma proprio tutti auspicavano, si sarebbero importate il triplo delle tonnellate dei rifiuti che riceviamo e nessuno avrebbe (ha) fiatato. Così come viene del tutto ignorato che d’estate si importano, con i turisti, il quadruplo dei rifiuti urbani.

Per non dire che parte di ciò che importiamo è il frutto del riciclo di ciò che esportiamo. Fanghi e pulper di cartiera derivano dal riciclo della carta; i sovvalli della selezione del multimateriale, che esportiamo, derivano dalla selezione della raccolta differenziata.

I flussi di materia pretendono un’analisi compiuta e non rispondono alle semplificazioni circoscritte alla raccolta differenziata dei rifiuti urbani (che comunque rappresentano il 7% di tutti i rifiuti).

Nella Val di Cornia esistono, fortunatamente, ancora circa 3.600 unità produttive. Queste unità produttive, commerciali e di servizio, trasformano e/o usano e/o vendono materia. Non si direbbe, e infatti nessuno lo dice, ma queste attività producono rifiuti (speciali, appunto). Siamo sicuri che senza il servizio di RIMateria nessuna di queste soffrirebbe più di quanto non soffra oggi?

Ovvio che tutto si può fare meglio. Infatti vendiamo le azioni perché non è facile riconvertire fulmineamente assetti tecnico-amministrativi orientati a diversi oggetti sociali e dunque bisognosi di implementazione di know how. Sì, siamo convinti che si può fare meglio. Ma siamo altrettanto convinti che non si poteva fare altro. Salvo non fare nulla.

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