testo tratto da Il Sole 24 Ore del 15 maggio 2019

La lunga vita degli pneumatici produce valore e occupazione. I numeri sono impressionanti. Prendete ad esempio la circonferenza della terra e raddoppiatela per due: tanto sarebbe lunga la fila di pneumatici fuori uso (Pfu) raccolti in Italia e in gran parte mandati a riciclo dal consorzio Ecopneus nei suoi primi otto anni di vita.

In tutto 1,8 milioni di tonnellate di pneumatici usati che rappresentano circa il 70% della gomma proveniente dalle ruote di auto, camion, veicoli a due ruote, trattori, mezzi industriali ecc. nel nostro Paese. Il resto viene gestito da una cinquantina di soggetti tra consorzi minori o singoli produttori e importatori di pneumatici, secondo le regole introdotte dal decreto ministeriale 82 del 2011, che impone a tutti gli operatori di provvedere alla gestione di un quantitativo di Pfu pari a quello immesso nel mercato di ricambio nell’anno precedente.

Ogni anno in Italia arrivano a fine vita circa 350mila tonnellate di pneumatici: se fino al 2006 questo materiale finiva per lo più in discarica e fino al 2011 nei cementifici per generare calore, oggi un sistema normato e controllato garantisce che venga utilizzato per produrre energia o recuperato come nuovo materiale da destinare a seconda vita.

Ad esempio per fare campi da calcio e superfici sportive dalle performance elevate; pavimentazioni di aree gioco per bambini e arredi urbani; asfalti modificati silenziosi e antifessura, che riducono i rumori di 4-6 decibel e durano il doppio o il triplo del tempo; materiali edili fonoassorbenti e antivibranti; pavimentazioni antisdrucciolo all’interno di maneggi e stalle. Le applicazioni sono ormai innumerevoli, spiega Giovanni Corbetta, direttore generale di Ecopneus, il principale consorzio italiano incaricato della gestione dei Pfu, nato nel 2011 dalla volontà di sei soci fondatori (Bridgestone, Continental, Goodyear-Dunlop, Marangoni, Michelin e Pirelli) a cui negli anni si sono aggiunti altri produttori e importatori per un totale, oggi, di circa 60 partner consorziati.

Ogni anno Ecopneus recupera mediamente 240mila tonnellate di pneumatici, grazie a una rete di aziende diffusa su tutto il territorio nazionale, in grado di gestire ogni fase del processo: dalla raccolta degli pneumatici al trasporto negli impianti di stoccaggio e poi di frantumazione, fino alle attività di trattamento e recupero. Oltre la metà viene reimmessa sul mercato sotto forma di granulato, cippato o polverino di gomma. Il resto finisce nei cementifici per la produzione di energia.

Si tratta di un processo ancora oggi oneroso per le aziende coinvolte: il costo del recupero delle gomme è di circa 100 euro a tonnellata e altrettanto costa il loro trattamento. Un prezzo che ricade sui cittadini i quali, all’acquisto di uno pneumatico, pagano una cifra aggiuntiva di circa 2,50 euro che il gommista versa poi al consorzio come contributo per finanziare le operazioni della catena. «Quanto più si svilupperà il mercato dell’applicazione del granulo, tanto più sarà retribuito – osserva il direttore generale di Ecopneus –. Il giusto valore è di 200/250 euro a tonnellata: quando si arriverà a questo traguardo, le aziende che eseguono i trattamenti non avranno più bisogno del nostro contributo finanziario e quindi di quello dei cittadini». Già dall’introduzione della legge a oggi il prezzo per i consumatori è sceso da 3 euro a 2,50. «Credo che nel giro di un decennio questo contributo potrà essere, se non azzerato, davvero ridotto al minimo», auspica Corbetta.

Anche perché il ciclo di recupero di Pfu è un pezzo importante di quella economia circolare che si sta rapidamente diffondendo nell’industria italiana e tra i cittadini. Non a caso, il nostro Paese è una «superpotenza europea» nell’ambito della Circular Economy, fa notare Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, che ha realizzato un’indagine proprio sull’impatto economico delle attività di Ecopneus. «Siamo primi in Europa nel riciclo dei rifiuti, con una percentuale del 76,9% sul totale, secondo Eurostat – osserva il presidente di Symbola –: oltre il doppio della media dell’Unione europea e ben più di Francia, Regno Unito, Germania e Spagna». Le ragioni vanno ricercate, aggiunge Realacci, «nei cromosomi stessi degli italiani», un popolo storicamente povero di materie prime, che nei secoli ha dovuto ingegnarsi per sopperire a tale carenza, creando filiere di eccellenza fondate sul recupero delle materie prime, dai rottami di Brescia agli stracci di Prato, fino alle cartiere di Lucca.

Il recupero di Pfu genera valore e occupazione, con circa 900 posti di lavoro creati in otto anni nella sola filiera Ecopneus, con una crescita degli addetti nelle aziende aderenti al sistema, del 64,8%.

Giovanna Mancini

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