testo tratto da: Il Sole 24 Ore 09.11.2015

 
Non più usa e getta, ma usa e ricicla. Dopo la rivoluzione dei prodotti monouso, partita dalle lamette Gillette all’inizio del secolo scorso, quando le risorse del pianeta sembravano inesauribili, e oggi estesa a vaste fette del mercato dei beni di consumo, il pendolo torna indietro. La popolazione mondiale cresce al ritmo di 80 milioni di individui all’anno e potrebbe toccare gli 11 miliardi alla fine di questo secolo, dai 7,3 miliardi di oggi. L’ascesa sociale delle fasce più povere dell’umanità è ancora più rapida: da qui al 2030 ben 3 miliardi di nuovi consumatori entreranno nella classe media e spingeranno la domanda di beni e servizi a livelli senza precedenti. Da qui, l’attualità crescente dell’economia circolare, l’unica possibilità di rallentare la spoliazione delle risorse del pianeta.

Riciclare

Riciclare

«La produttività delle risorse nell’Ue è cresciuta del 20% nel periodo 2000-2011», si legge nella comunicazione della Commissione Ue «Verso un’economia circolare», alla base della normativa europea in via di definizione. «Se questa evoluzione si manterrà costante, entro il 2030 avremo un ulteriore aumento del 30%, corrispondente a un incremento del Pil quasi dell’1% e alla creazione di oltre 2 milioni di posti di lavoro in più rispetto allo status quo». Obiettivi ambiziosi, a cui il sistema produttivo europeo deve prepararsi. Ma come superare le logiche lineari, che prevalgono nell’attuale sistema di produzione industriale? Nelle prime fasi del cerchio le resistenze sono chiare. Per quanto riguarda la scelta delle materie prime, a fare resistenza sono soprattutto le normative, che innalzano barriere contro l’uso delle materie prime seconde. Anche la cultura del consumo incide molto: il recupero delle materie prime seconde è frenato dalla difficoltà di far accettare al consumatore finale prodotti con una performance marginalmente inferiore rispetto alle alternative tradizionali, fabbricate con materie prime vergini. Per fortuna esistono anche forze centripete che aiutano la circolarità, come ad esempio il vantaggio per l’impresa di sottrarsi alla volatilità dei prezzi delle materie prime, il taglio dei costi derivante dal risparmio energetico e le nuove opportunità di mercato legate allo sviluppo di prodotti verdi.
In Italia – in base al rapporto GreenItaly 2015 di Fondazione Symbola e Unioncamere – il settore economico del recupero dei materiali ha conosciuto una forte crescita e diversificazione, a partire dagli anni Novanta. Da settore prevalentemente incentrato sulla rottamazione dei metalli ferrosi, il riciclo si è fortemente diversificato, con un crescente peso della lavorazione della carta, delle plastiche, dei rifiuti di apparecchiature elettriche e elettroniche, ma anche del recupero degli inerti e delle biomasse. «In un decennio, il numero delle imprese è passato da 2.283 a 3.105, con una crescita del 39%, che non si interrompe neanche negli anni della recessione. Gli occupati nello stesso lasso di tempo sono quasi raddoppiati, passando da circa 13mila a oltre 25mila, con un incremento anche durante la recessione (+13% tra il 2008 e il 2012).
A confronto con la media del settore manifatturiero, il settore industriale del recupero materiali emerge come uno dei settori più brillanti. In Italia – ed analoga o persino più marcata è la tendenza in Europa – il recupero dei materiali in senso stretto è cresciuto a ritmi ben superiori dell’industria manifatturiera nel suo insieme.
Tra il 2002 e il 2007, le imprese italiane del riciclo sono cresciute del 9,1%, a fronte di una riduzione del 7% del totale manifatturiero, mentre il valore aggiunto del riciclo è cresciuto del 64% (totale manifatturiero +15%) e gli occupati sono aumentati del 32% (totale manifatturiero -3,7%). «Ma è soprattutto nel periodo 2008-2011 (e i dati provvisori sugli anni successivi lo riconfermano), cioè nel mezzo della più grave recessione dell’economia italiana, che questo settore ha avuto prestazioni assolutamente in controtendenza», si legge nel rapporto. È cresciuto ancora il numero delle imprese (+7%), il valore aggiunto (+40%) e gli occupati (+11%), mentre per l’insieme dell’industria manifatturiera tutti i dati sono in calo (-7% le imprese, -2% il valore aggiunto, -11% lavoratori).
L’industria del riciclo si approvvigiona principalmente dal circuito dei rifiuti industriali «Ancora nel 2012, l’Italia è il secondo Paese europeo, dopo la Germania, per quantità riciclate e con il più alto riciclo industriale pro capite tra i grandi Paesi europei», attesta il rapporto. Ma da qui all’economia circolare vera e propria, il passo è ancora lungo.
Circolarità? non significa, infatti, riciclare i materiali di scarto nelle diverse fasi di produzione, ma evitare il più possibile gli scarti, riducendo così il flusso di materie prime e di risorse naturali in entrata nel sistema economico. Si tratta dunque di pensare i prodotti e i servizi in funzione di un efficace riutilizzo, a partire dal progetto iniziale, puntando a superare le perdite di efficienza causate dalla fuoriuscita dal sistema produttivo di materiale potenzialmente ancora utile e valorizzabile. Paradossalmente, quando saremo arrivati a un’economia veramente circolare, il settore del riciclo comincerà a calare invece di crescere. È una meta ancora molto lontana.

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