testo tratto da greenreport.it del 02 febbraio 2018

L’industria del vetro ha per l’Italia un valore economico di primo piano: nel 2016 4.594 imprese hanno ne hanno prodotte 3,7 milioni di tonnellate (+7,8% rispetto al 2015), grazie al lavoro di circa 36mila addetti.

 

Come si riflettono però questi dati all’interno della percezione sociale? Per rispondere a questa domanda il Censis ha elaborato l’indagine Valore sociale di prodotti e attività dell’industria vetraria in Italia, dalla quale emerge che gli italiani associano al vetro una pluralità di aspetti come la capacità di dare risposte efficaci, funzionali, credibili al crescente bisogno di sicurezza, soprattutto nell’alimentare, dei consumatori; inoltre, il vetro appare riconosciuto tra i materiali riciclabili per eccellenza, paradigma dell’economia circolare.

«L’indagine del Censis – commenta Marco Ravasi, Presidente della sezione vetro cavo di Assovetro – dimostra come oggi il vetro sia sulla frontiera più avanzata dell’innovazione e delle culture sociali e interpreti, meglio di altri materiali, il nostro tempo, diventando protagonista assoluto dei comportamenti, per i quali la sostenibilità è criterio d’elezione. Anche i numeri dimostrano questo crescente appeal del vetro: nei primi 10 mesi del 2017 la produzione di contenitori in vetro è aumentata del 2,05% rispetto allo stesso periodo del 2016».

Il 35,7% degli italiani interpellati dal Censis ritiene il vetro igienico e salutare; il 25,9% ecologico e riciclabile; il 12,1% sicuro; il 4,9% classico; il 4,8% versatile, utilizzabile per tante cose in modo diverso. È quella dei Millennials la classe di età che appare particolarmente incline ad apprezzare le proprietà “ecologiche” del vetro: il termine che infatti più viene in mente ad un giovane nel pensare al vetro è ecologico, riciclabile (24,7%) a differenza delle altre classi di età che, invece, richiamano in primis igienico e salutare. Dati, questi, che potrebbero presto trovare nuova linfa nella sperimentazione del vuoto a rendere per alcuni imballaggi in vetro lanciata dal ministero dell’Ambiente lo scorso settembre.

Nel frattempo però il valore sociale attribuito al vetro trova già un corrispettivo anche nei consumi effettivi. Gli italiani sono tra i principali consumatori di vetro della Ue: nel nostro Paese il consumo annuo di vetro procapite in valore è pari a 78,5 euro, superiore a quello dei tedeschi (75,6 euro procapite), dei francesi (64 euro), degli inglesi (58,5 euro), degli spagnoli (51,8 euro) e del valore medio dei paesi della Ue (68,8 euro). In particolare per gli imballaggi il consumo degli italiani uguale a 26,4 euro procapite è più alto di quello di altri paesi dell’ Ue. Al contempo, i cittadini interpellati dal Censis considerano per l’81% il vetro la forma di packaging più sostenibile e amico dell’ambiente; il 53% considera i rifiuti di vetro i meno dannosi per l’ambiente, mentre il 47% osserva che il vetro può essere riciclato di più di altri materiali.

Effettivamente, il vetro può essere riciclato al 100% e – secondo le stime – nel 2018 il 75% degli imballaggi in vetro immessi al consumo verrà avviato a riciclo, una volta divenuto rifiuto (era il 71,4% nel 2016). Non a caso a livello nazionale un big del settore come Zignago – in accoppiata con la Revet di Pontedera – ha mostrato interesse a investire in sostenibilità e riciclo del vetro, dando vita poco più di un mese fa alla toscana Vetro Revet srl.

Ma non ci sono solo note positive per il vetro e il suo riciclo. Gli ultimi dati offerti da Coreve mostrano come in Italia la raccolta differenziata del vetro stia crescendo più rapidamente dell’avvio a riciclo, il che significa che la raccolta differenziata è stata fatta peggio dai cittadini, inficiando loro malgrado la possibilità di riciclare i materiali (faticosamente) separati e raccolti. Contemporaneamente, si registrano non poche difficoltà anche dal punto di vista impiantistica: fortunatamente la raccolta differenziata del vetro continua a crescere, ma se gli impianti necessari per la selezione e avvio al riciclo poi non ci sono, è l’intero settore a rischiare il crack.

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