testo tratto da greenreport.it del 18 Settembre 2019

I primi effetti del decreto Sblocca cantieri approvato dalla ex maggioranza M5S+Lega si stanno facendo sentire nel comparto dell’economia circolare, ma non hanno “sbloccato” proprio niente.

Anzi: nella sola Provincia di Brescia 120 aziende che recuperano rifiuti si sono viste bloccare l’autorizzazione a portare avanti la propria attività perché questa “non è più conforme in punto al dettato normativo” sull’End of waste, ovvero quella legge che stabilisce quando un rifiuto cessa di essere tale dopo adeguato processo di recupero e può dunque tornare sul mercato.

Si sta dunque avverando quanto denunciato da tempo dalle imprese di settore, che a luglio dichiaravano essere «sempre più vicina una devastante crisi del sistema rifiuti in Italia». Il problema è noto: lo Sblocca cantieri ha congelato le autorizzazioni per le attività di riciclo a un quadro normativo vecchio di oltre 20 anni (Dm 5/2/1998, Dm 161/2002 e Dm 269/2005), eliminando la possibilità per le regioni e le province di autorizzare l’End of waste caso per caso. Le imprese che avevano questo tipo d’autorizzazioni in Provincia di Brescia sono state fermate, e così potrebbe avvenire in tutta Italia in applicazione dello Sblocca cantieri; nel mentre altra soluzione non c’è, perché i nuovi decreti ministeriali sull’End of waste procedono a passo di lumaca (negli ultimi 6 anni ne sono stati pubblicati 2).

Come uscire da questo pasticcio? La strada più rapida e sicura passa per il recepimento della direttiva europea sull’economia circolare approvata lo scorso anno (851/2018): per avere il polso della situazione la commissione Ambiente della Camera ha audito ieri Fise Assoambiente, Fise Unicircular e Assocarta, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla normativa che regola la cessazione della qualifica di rifiuto.
«La nuova direttiva – spiega la direttrice di Assoambiente Elisabetta Perrotta – ha imposto un’attenzione sui materiali che si portano sul mercato, tanto che rispetto alla normativa precedente è stata introdotta un’elevata protezione ambientale affinché qualsiasi End waste generato rispetti questa condizione e non cambi non solo da provincia a provincia ma anche da Stato a Stato. Aspetto importante anche per non far rimanere le aziende nel solo ambito nazionale».

È sulla base di questa direttiva europea che Assoambiente, Unicircular e Assocarta, insieme ad altre 53 associazioni d’impresa, hanno proposto lo scorso luglio un emendamento che ieri è stato riproposto in commissione Ambiente della Camera, e che prevede (rifacendosi all’articolo 6 della direttiva Ue) la possibilità per le regioni di rilasciare autorizzazioni caso per caso quando non è presente un apposito regolamento europeo o nazionale. «Se si aggiunge questo pezzo il sistema riparte – sottolinea il presidente Unicircular Andrea Fluttero – Se non si aggiunge, si chiudono gli impianti e si riversano migliaia di tonnellate di rifiuti in discarica o in inceneritore, invece che essere recuperati e reimmessi nel mercato. Questo potrebbe essere uno degli strumenti del Green new deal che il governo a parole dice di sostenere». Sulla stessa linea il presidente di Assocarta Girolamo Marchi, secondo il quale «sbloccare in questo modo le autorizzazioni End of waste significa ridare fiducia e prospettive al mercato, ai produttori e i gestori di rifiuti. Più autorizzazioni significano, inoltre, ampliare il “mercato legale” a scapito di quello “illegale”».

Se ci fosse la volontà politica, il modo per approvare in tempi brevi l’emendamento proposto dalle associazioni non mancherebbe: secondo il presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e già ministro dell’Ambiente Edo Ronchi lo strumento per «sostituire quella norma assurda (contenuta nello Sblocca cantieri, ndr) con un sistema di autorizzazione “caso per caso,” conforme alla nuova direttiva europea, sarebbe un emendamento da inserire nella legge di conversione del decreto legge sulle crisi aziendali all’esame del Senato: l’urgenza è massima e le crisi in molte aziende del riciclo è ormai evidente».

«Quello che non abbiamo è il tempo – osserva la deputata LeU Rossella Muroni, anche lei ieri in audizione – La vicenda dell’End of waste sta diventando paradossale e racconta più di molti altri fatti l’incapacità di un Paese di cogliere delle occasioni. Questa indagine conoscitiva deve assolutamente servire a decidere qualcosa di certo e dare al paese una normativa adeguata, tutelando imprese e ambiente. Non credo al sovranismo sull’End of waste, dobbiamo guardare all’Europa anche da questo punto di vista».

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