testo tratto da La Repubblica del 9 aprile 2018

 

 

In un piccolo piercing c’è nascosto l’elemento che potrebbe sconvolgere il panorama geopolitico ed economico del futuro. Anche in quel gioiello c’è il niobio, uno degli undici minerali del desiderio. Come tutti gli altri è essenziale nella grande corsa alla supremazia mondiale, perché dopo oro e petrolio adesso le superpotenze guardano in una sola direzione: i minerali necessari per le componenti tecnologiche.

 

Se usiamo i nostri smartphone, con le batterie al litio, se viaggiamo su aerei i cui motori contengono il renio o se cuciniamo in pentole d’acciaio inossidabile ottenuto con il manganese, lo dobbiamo soltanto a una cosa: la Terra, in grado di fornirci gli elementi che garantiscono l’innovazione. Ma le risorse potrebbero esaurirsi.

Lo sanno bene Cina e Usa, superpotenze che da anni combattono per 42 minerali fondamentali al progresso. La Us Geological Survery, con una pubblicazione su Pnas, per la prima volta ha provato a decifrare gli schemi di questa battaglia: per quali minerali sono in conflitto?

L’impero economico di Xi Jinping resta il leader: già nel 2010 poteva soddisfare il 97% del fabbisogno mondiale di “terre rare”, i metalli chiave delle tecnologie più avanzate. La forza della Cina è che ha miniere, importa poco (gli mancano solo 19 minerali su 42) e investe molto in Africa e Sud America. Gli Usa invece hanno bisogno di importare 24 minerali.

Per entrambe però c’è un problema: ci sono 11 minerali che, vista la disponibilità, “rappresenteranno un motivo di forte concorrenza” si legge nella ricerca.

Fra questi c’è il niobio, fondamentale per creare ponti, grattacieli e usato nell’industria automobilistica. Ma nessuna delle due lo estrae dato che si trova principalmente in una sola miniera del Brasile (85% produzione).

Oppure platino, palladio e rodio: tutti necessari nel ruolo che giocano nei convertitori catalitici delle auto, riducendo le emissioni dei diesel. Per averli, i due colossi devono dipendere dal Sudafrica, spesso bloccato dagli scioperi nelle miniere.

Ma oggi, con il boom dell’elettrico e i 6 miliardi di telefonini previsti per il 2020, il vero oro bianco sono il litio delle batterie e il cobalto. La Cina, che punta a 5 milioni di veicoli elettrici nel 2020, ha già messo le mani sull’Africa: la società China Molybdenum lo scorso anno ha comprato la miniera di Tenke in Congo (65% del cobalto al mondo) per 2,6 miliardi di dollari. Trump ha risposto pensando di alzare i dazi sulle importazioni da Pechino, gli africani chiedendo di tassare i profitti delle compagnie straniere. «La Cina ci ha visto lungo ma non si può continuare a stressare la Terra ancora per molto», avverte Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit). «Il problema è molto serio: monopoli e embarghi, risorse in esaurimento, litio e cobalto in mano a pochi. Ma le aspettative per il futuro sono altre: la comunità scientifica potrebbe presto sviluppare soluzioni alternative che superino litio e affini, come per esempio le celle a combustibile a base di idrogeno o la fusione nucleare. Così per trasportare energia si estrarrà di meno e si aprirà il mercato.

Dobbiamo insistere su tecnologie con materiale riciclato, sulle rinnovabili, e puntare sul silicio, di cui ce n’è in abbondanza».

Altrimenti potrebbero esserci altri casi come quello del tantalio, “minerale di conflitto”: capace di aumentare la potenza e ridurre il consumo degli smartphone, per la sua estrazione in Ruanda e Congo si finanziano gruppi armati e si sfrutta il lavoro di 40mila bambini (fonte Unicef). E l’Europa? È indietro, ma potrebbe riusare le tante “miniere cittadine”, metalli e minerali pregiati estraibili dai rifiuti tecnologici: ne conta il 23% del mondo. Valore stimato intorno ai 14 miliardi di dollari.

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