testo tratto da La Nazione del 13 aprile 2019

LE PROPOSTE pensate, studiate e raccolte in un documento firmato da industriali e associazioni di categoria, sono rimaste per ora lettera morta.

Un documento presentato da mesi, sbandierato davanti all’Europa, al governo e alla Regione che a più riprese hanno promesso soluzioni. Però finora mai arrivate. Il risultato è davanti agli occhi. E sta nel proliferare continuo di aziende illegali interessate al redditizio business dei rifiuti. Sono anni che il tema degli scarti tessili tiene banco, ma la realtà è sempre la solita. E si fonda su una fisiologica mancanza di discariche, mentre le aziende che si occupano legalmente del recupero degli scarti di lavorazione riescono a ritirare solo a singhiozzo gli scarti di lavorazione. Quegli stessi scarti che – qui sta il problema – dal 2017 sono considerati rifiuti speciali. La necessità, sempre più stringente, è quella di avere leggi che consentano il recupero degli scarti tessili come sottoprodotti. Ma su questo versante continua a non muoversi foglia. Industriali e artigiani sono impegnati da tempo per ottimizzare il recupero dei residui, ridurre al minimo i rifiuti e trovare un mercato in cui piazzare i sottoprodotti derivati dal recupero degli scarti tessili. «Molti ritagli di produzione potrebbero trovare impiego agevolandone l’utilizzo come sottoprodotti. Per altri potrebbero essere semplificate le strade per il recupero. La stessa Regione si è dichiarata disponibile a sposare le istanze delle associazioni. Tuttavia è impensabile che i rifiuti possano azzerarsi e occorre quindi trovare soluzioni», interviene Confindustria riferendosi alla necessità di creare impianti ad hoc. Il sistema dello smaltimento si è incrinato appena tre mesi dopo la sua introduzione. Era gennaio del 2017 quando a Prato entrarono in vigore le nuove regole legate alla deassimilazione.

A tre mesi di distanza dalla sua introduzione il meccanismo di recupero e smaltimento si era già fermato, con conseguenze pesantissime. Gli spazi rimasti liberi in discarica sono pochissimi e quelli a disposizione costano cari: eravamo fermi a 170 euro a tonnellata, ma nel giro di un anno quel prezzo è salito fino agli attuali a 250 a tonnellata per smaltire scarti di lavorazione tessile. Una legge che favorisca il riuso dei cascami incentivando l’economia circolare ancora non esiste. Gli impianti di incenerimento chiesti dagli industriali non sono nemmeno sulla carta. Nel frattempo le imprese arrancano, l’illegalità prolifera. Silvia Bini

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