testo tratto da greenreport.it dell’8 maggio 2019

di Luca Aterini

Per terminare i lavori servirebbero 10 miliardi di euro: darebbero 200.000 posti di lavoro. Secondo le osservazioni Ispra comunicate alla commissione Ecomafie sono concluse solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee. Anche la «proliferazione normativa» tra le cause dei ritardi.

Sono trascorsi 21 anni da quando il ministero dell’Ambiente caratterizzò i primi 15 Siti d’interesse nazionale (Sin), individuando così le aree più bisognose di bonifiche a livello nazionale, ma da allora i progressi guadagnati sul campo sono stati pochissimi – mentre i Sin sono più che raddoppiati arrivando a quota 41. A fare il punto della situazione è stata la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati – la cosiddetta commissione Ecomafie, presieduta da Stefano Vignaroli (M5S) –, che ha audito ieri i rappresentati dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra): il presidente Stefano Laporta, il direttore generale Alessandro Bratti e il responsabile dell’area per la Caratterizzazione e la protezione dei suoli e per i siti contaminati, Fabio Pascarella.

Dal confronto è emerso che oggi in Italia ci sono 41 Sin, per una superficie totale a terra di 171.268 ettari e a mare di 77.733 ettari; oltre la metà (21 Sin) si concentrano in Lombardia (5), Piemonte (4), Toscana (4), Puglia (4), e Sicilia (4), mentre per quanto riguarda l’estensione dei Siti le regioni con le superfici marine e terrestri più ampie di aree Sin sono il Piemonte (90.000 ha), la Sardegna (56.800 ha), la Sicilia (24.400 ha), la Puglia (24.000 ha) e la Liguria (22.500 ha).

Ampie fette di territorio, che rimangono in larghissima parte ancora da ripulire. I dati riportati dall’Ispra in merito alle bonifiche effettivamente concluse sono sconfortanti: secondo quanto riferito alla Commissione «sul totale della superficie terrestre dei Sin (esclusi 6 siti con caratteristiche peculiari) ad oggi la caratterizzazione di suoli e acque sotterranee è stata completata per oltre il 60% delle superfici. Gli interventi di bonifica o messa in sicurezza risultano approvati per il 12% dei suoli e il 17% delle acque sotterranee, mentre queste attività si sono concluse per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee».

Dati che risultano chiaramente insoddisfacenti, e l’auspicio è che l’analisi portata avanti dalla commissione Ecomafie possa condurre finalmente a progressi concreti, oltre che a un monitoraggio della situazione: «Di bonifiche nelle aree Sin la Commissione si è occupata anche nella scorsa legislatura, e continua a mantenere alta l’attenzione sul tema – chiosa il presidente – Vignaroli In gran parte delle nostre inchieste, infatti, stiamo incontrando aree Sin. Approfondiremo lo stato delle procedure di ripristino ambientale e le cause dei ritardi».

Nel mentre, qualche indizio l’hanno portato direttamente gli esperti Ispra auditi, secondo i quali «le criticità nelle procedure relative ai Sin riguardano la natura dell’inquinamento con molti contaminanti, la questione delle proprietà dei siti (multiproprietà, passaggi di proprietà nel tempo, siti orfani), la frammentazione degli interventi effettuati, la perimetrazione delle aree. Altre criticità sono legate alla lunga durata degli interventi di bonifica, la proliferazione normativa, la difficoltà di digitalizzare e raccogliere le informazioni in database completi di coordinate geografiche».

È importante sottolineare che sciogliere queste criticità permetterebbe all’Italia non solo di appropriarsi di ampie fette di territorio inquinato, ma anche di intraprendere un importante percorso di sviluppo sostenibile. Secondo le stime fornite da Confidustria ormai tre anni fa, per concludere le bonifiche sarebbero necessari investimenti pari a circa 10 miliardi di euro, mentre finora lo Stato ha stanziato risorse «nell’ordine di milioni di euro». Eppure investendo nelle bonifiche dei Sin questi 10 miliardi di euro Confindustria stima che il livello della produzione aumenterebbe di oltre il doppio, innescando 200.000 posti di lavoro in più e ripagandosi in gran parte da solo: tra imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali allo Stato rientrerebbero 4,7 miliardi di euro, oltre all’inestimabile valore di un ambiente finalmente san

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