testo tratto da il Corriere della Sera 25.02.2017

 

 

 

Dai fondi speculativi ai fondi di miniera, dalle auto elettriche del futuro a chi scava a mani nude nelle retrovie del Congo: la catena di distribuzione del cobalto, il minerale dei gioielli antichi diventato «oro blu» per le moderne batterie al litio, se si percorre a ritroso passa da umana (e ricca) a disumana (e poverissima). Da Wall Street alle discariche del Katanga. È notizia di questi giorni: i finanzieri di grandi società di hedge fund , dalla Svizzera a Shanghai, hanno ammassato 6 mila tonnellate di cobalto (quasi il 20% della produzione mondiale), scommettendo sull’impennata dei prezzi. I costruttori di smart cars , dai cinesi all’americana Tesla, sono in allarme.

Il raro minerale (che alimenta anche i telefonini) diventerà introvabile? Dall’altro capo della «catena», nella Repubblica Democratica del Congo che ne è il primo produttore, dove pure le elezioni sono diventate rare («non ci sono i soldi», dice il presidente Kabila), l’altalena dei prezzi non cambierà la vita della gente, specie dei 100 mila scavatori clandestini («artigianali») ai margini delle miniere «ufficiali». Almeno 40 mila, denuncia l’Unicef, sono minorenni. Amnesty International ha provato che i grandi costruttori high-tech non sanno da dove arrivi il cobalto degli smartphone. Qualche quintale arriverà dai protagonisti di questo reportage di Federico Scoppa, 41 anni, realizzato tra Lumumbashi e Kolwezi. Alphonse e la sua famiglia, racconta Federico, «scavano tra montagne di detriti già setacciati dalle macchine», senza protezioni, per uno o due dollari al giorno. Pagando un pizzo del 30% ai guardiani che chiudono un occhio. I sacchi di materiale sono portati al corso d’acqua, dove donne e bambine li «ripassano» alla ricerca dei resti di oro blu.

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