testo tratto da greenreport.it dell’8 marzo 2018

 

 

Ogni anno – secondo i dati forniti da Assocarta – a fronte di 4,9 milioni di tonnellate di carta riciclata, l’industria cartaria produce residui dal processo di riciclo pari a circa 300 mila tonnellate (rapporto 1:18) che derivano principalmente dalla componente urbana della raccolta (3 milioni di tonnellate/6,3 milioni di tonnellate di raccolta nel 2016) più impura rispetto alla raccolta presso industrie e attività commerciali. Si tratta di dati fondamentali per capire l’industria cartaria nazionale, che conta 154 stabilimenti e 19.500 addetti diretti.

 

A spiegare il perché è stata proprio Assocarta durante l’evento Non fermiamo il riciclo della carta tenutosi ieri a bordo del Treno Verde di Legambiente durante la sua tappa a Napoli, con il supporto di Legambiente Campania e Comieco. «L’industria cartaria italiana – spiega Massimo Medugno, direttore generale di Assocarta – ha una forte vocazione al riciclo e la presenza delle cartiere sul territorio permette l’effettivo riciclo della carta evitando un problema di gestione dei rifiuti urbani. Questo ciclo per funzionare in modo virtuoso ha bisogno di adeguate politiche di sostegno alla gestione degli scarti del processo. Per quanto minimo il riciclo genera infatti una parte di scarto dal forte potenziale energetico, che, se gestito correttamente consentirebbe di chiudere il ciclo del riciclo. Gli scarti derivano dai rifiuti urbani (in rapporto di 1:18) ed è quindi interesse collettivo che siano gestiti al meglio, con il pieno supporto delle amministrazioni locali e regionali. Senza certezze sul recupero degli scarti del riciclo anche il riciclo viene messo in discussione. E con questo una fetta importante di economia circolare, che non deve essere né inventata né incentivata. Non fermiamo il riciclo della carta per l’incapacità di dare risposte al recupero degli scarti del riciclo da parte delle istituzioni e della politica».

Nel suo paradosso, il tema è drammaticamente semplice. Le percentuali di raccolta differenziata stanno crescendo, e i rifiuti cartacei così raccolti – dopo i necessari passaggi intermedi di (ulteriore) selezione e avvio al riciclo, che a loro volta producono scarti – vengono avviati agli impianti di riciclo: le cartiere, dalle quali poi la materia prima seconda dovrà essere re-immessa (e ri-comprata) sul mercato sottoforma di nuovi prodotti.

Dalle cartiere però, come da ogni processo produttivo, esitano anche scarti (da riciclo, in questo caso) che necessitano di essere adeguatamente gestiti per chiudere la filiera. Come? Lo stesso Medugno ha in passato avuto modo di spiegare che «l’impossibilità di realizzare impianti di termovalorizzazione per il recupero energetico dagli scarti che provengono dal riciclo rimane un vero e proprio limite all’economia circolare per una filiera che già ricicla mediamente il 60% (80% nel settore dell’imballaggio) e dove ogni minuto si riciclano ben 10 tonnellate di carta e cartone. L’impossibilità di realizzare impianti per il recupero energetico degli scarti che provengono dal riciclo pone l’industria nazionale in un forte svantaggio competitivo ed è il principale fattore limitante all’incremento del riciclo e della circolarità».

Anche Michele Buonomo di Legambiente, che ieri ha moderato l’evento a bordo del Treno Verde, ha ribadito l’urgenza sottolineata da Assocarta di avere amministrazioni regionali che supportino la gestione degli scarti del processo.

Niente di strano, pure l’economia circolare ha i suoi rifiuti, che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere e gestire: «Per carta, plastica, vetro, legno e organico nel 2014 – ha spiegato di recente Andrea Fluttero da presidente di Fise Unire – sono stati complessivamente quantificati scarti dalle attività di riciclo per 2,5 milioni di tonnellate (dati ultimo rapporto “Italia riciclo 2016”), che necessitano di una collocazione, rappresentata generalmente dal recupero energetico, ove tecnicamente possibile, o dalla discarica».

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