Un viaggio tra deindustrializzazione europea e sovranismo, e ritorno

testo tratto da greenreport.it del 2 Luglio 2019

di Luca Aterini

La più grande speranza dell’Europa e la sua maggiore fonte di destabilizzazione interna, ben rappresentate dall’Onda verde e dai partiti sovranisti nell’ultima tornata elettorale, trovano un punto di contatto inaspettato: i metalli rari, ovvero l’ossatura invisibile delle nostre società moderne. Hanno nomi strani o mai sentiti, come promezio, vanadio o lutezio, ma le loro eccezionali proprietà chimiche, catalitiche e ottiche li rendono indispensabili per un ventaglio enorme di tecnologie verdi e digitali; basta prendere in mano lo smartphone che teniamo in tasca per averli quasi tutti in pugno. E se non lo sappiamo è perché la loro produzione è scarsa, inquinante e (dunque) lontana dai nostri occhi: da sola, la Cina sforna oggi fino al 99% delle terre rare – ovvero 17 elementi dei più rari tra i metalli rari. Alla faccia del sovranismo di chi fa propaganda a colpi di selfie dal suo tutt’altro che indigeno cellulare, cavalcando la frustrazione di una società impoverita da anni di deindustrializzazione e disuguaglianze.

Il giornalista e documentarista francese Guillaume Pitron è andato da La Rochelle, in Francia – dove vent’anni fa si produceva ogni anno il 50% del mercato mondiale delle terre rare – a Baotou (Mongolia interna), ovvero la moderna capitale del settore, prima di pubblicare il suo La guerra dei metalli rari (Luiss university press, 2019), dove mette a fuoco il lato oscuro della transizione energetica e digitale in corso.

I metalli rari sono arrivati alla ribalta delle nostre società a partire dagli anni ’70, e sono destinati a rivoluzionare i prossimi decenni sia dal punto di vista tecnologico sia da quello geopolitico. Se ne estraggono dal sottosuolo pochissime quantità, e farlo richiede ancora oggi processi tutt’altro che a impatto zero: per 1 kg di lutezio occorre raffinare 200 t di roccia, la differenza tra le due cifre sono i rifiuti speciali da smaltire. Senza contare il consumo di acqua e la radioattività, con Baotou che arriva ad essere due volte più radioattiva della Chernobyl di oggi. Eppure senza terre rare non ci sarebbero le moderne batterie, e lo stesso vale per la tecnologia necessaria ad energie rinnovabili come il solare o l’eolico, che a parità di produzione elettrica richiedono inoltre molte più risorse di base – rame, ferro, vetro, cemento – dei combustibili tradizionali.

La produzione di metalli rari dunque è brutta, sporca e cattiva (le famose esternalità negative) e all’elettorato non piace; sotto la pressione dei propri cittadini sia l’Europa sia gli Usa hanno preferito rinunciare alla propria sovranità mineraria passandola alla Cina – che ha pagato in termini di enormi impatti ambientali –, assicurando al Paese le tecnologie e il mercato necessari a raggiungere la leadership assoluta nel settore. Un atteggiamento sintomatico della deindustrializzazione dell’Occidente, che non ha ancora fatto i conti fino in fondo con i costi nascosti – sociali e ambientali – del suo stile di vita. Mentre lungo la Rust belt americana che ha portato Trump alla Casa Bianca le industrie e miniere chiudevano lo stesso accadeva nell’Europa spazzata oggi dallo stesso vento sovranista, alimentato da una classe media impoverita, impaurita dalla globalizzazione e delusa dai propri leader.

Un errore che l’Occidente rischia di scontare a lungo. L’embargo sulle terre rare imposto dall’Impero di mezzo nel 2010 ha dato il via ad una caccia internazionale per trovare giacimenti alternativi, ma poi il prezzo è inspiegabilmente crollato; è plausibile che la Cina, in assoluto il più importante player sul mercato, tenga i rubinetti delle terre rare aperti e i prezzi bassi in modo da lasciare sul lastrico gli altrui nuovi giacimenti, per poi acquistarli per pochi yen e consolidare il proprio predominio. Pechino è in grado di ragionare a lungo termine, mentre l’Occidente si scopre ancora una volta indebolito dalla sua caccia al profitto nel breve.

Ma cambiare rotta ormai è imprescindibile. È infatti ciclopica la quantità di risorse minerarie per mantenere il ritmo necessario alla lotta contro i cambiamenti climatici: per soddisfare i bisogni mondiali da qui al 2050 si stima che dovremo tirare fuori dal sottosuolo più metalli di quanti l’umanità ne abbia estratti dalla sua origine. Dunque consumeremo più risorse in 30 anni che nelle ultime decine di migliaia. Mentre i sovranisti pensano ai selfie, c’è un disperato bisogno di una politica industriale dedicata per riuscire a conquistare almeno in parte il sovranismo minerario di cui abbiamo bisogno per metterci al riparo dalle crescenti tensioni geopolitiche, e questo per l’Italia – da sempre un Paese povero di materie prime – può avvenire solo in un’ottica europea.

Paesi come la Francia, sia continentale sia d’Oltremare (compresi paradisi naturali minacciati dai cambiamenti climatici come Thaiti, Wallis e Futuna) hanno carte molto importanti da giocare nella battaglia delle miniere; le potenzialità nell’ambito del riciclo nelle miniere urbane dei rifiuti elettrici ed elettronici, guidate dall’Ue, andranno esplorate appieno ovunque. Guardando ancora più avanti, il Lussemburgo nel 2016 ha lanciato la prima iniziativa europea per promuovere un quadro legale favorevole allo sfruttamento degli asteroidi; rimanendo invece coi piedi per terra sarà prima necessario sfidare anche le ormai radicate sindromi Nimby e Nimto per riattivare alcuni giacimenti in Europa – si tratta di guardare al futuro della green economy, non al passato dei combustibili fossili –, e fare finalmente i conti con i costi del “progresso” in casa propria. «Nulla cambierà radicalmente finché non sperimenteremo sotto le nostre finestre il costo complessivo della nostra felicità standard – osserva Pitron – Una miniera responsabile dalle nostre parti sarà sempre meglio di una miniera irresponsabile altrove». Ci darebbe una mano a capire che anche la transizione ecologica non è un pasto gratis, mentre lo sfruttamento eccessivo di qualsiasi risorsa rimane una condanna: occorrerà sobrietà, più che decrescita.

Share This