testo tratto da greenreport.it del 14 Marzo 2019

Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto (Ona), dichiara che stiamo assistendo ad un «picco di decessi e di malati di amianto in Toscana.

Fino al 2018 i casi di mesotelioma censiti dall’Ona sono 1900 (ne risultano 1594 fino al 2015 nel VI Rapporto mesoteliomi), cui debbono essere aggiunti i circa 3.500 decessi per tumore del polmone, e i circa 1.100 decessi per asbestosi e altre malattie, per un totale di circa 6.500 decessi fino a tutto il 2018: è questa l’emergenza amianto in Toscana».

Si tratta di numeri almeno in parte spiegabili con la lunga latenza media (pari a 30-40 anni) del mesotelioma maligno, che rende molto importante la sorveglianza epidemiologica nonostante siano ormai passati più di 20 anni dalla legge di bando dell’amianto (L.257/92), ma altrettanto importante è ad aggredire il problema alla radice. L’Ona da parte sua esprime forte preoccupazione per il «progressivo depauperamento» dell’Unità operativa di medicina del lavoro dell’Università di Siena, oggi «composta solo dal direttore Pietro Sartorelli, un dirigente medico e un tecnico. In queste condizioni il futuro dell’attività di diagnostica delle malattie professionali, proprie della struttura, appare troppo incerto».

Nel corso degli ultimi 40 anni l’Unità operativa ha conseguito eccellenti risultati nella prevenzione, cura e tutela dei lavoratori e cittadini, esposti e vittime dell’amianto, divenendo il centro di riferimento regionale. L’Ona sottolinea che, nella scorsa legislatura, fu l’attuale vicepremier Luigi Di Maio in una interrogazione parlamentare a chiedere al ministero della Salute e a quello del Lavoro di assicurare un potenziamento di tutte le strutture di medicina del lavoro e in particolare di quella di Siena, fiore all’occhiello per risultati e professionalità, ma ad oggi questi interventi evidentemente non si sono realizzati.

Come rimane molto da fare per evitare che l’esposizione ad amianto continui a fare nuovi, gravi danni alla salute. Portare avanti «una sorveglianza sanitaria per la diagnosi precoce» come richiesto in più occasioni dall’Ona è certamente importante, ma è necessario fare di più. Limitarsi a osservare significa infatti veder crescere ancora il problema. La presenza di amianto sul territorio sul territorio regionale è stimata (già nel 1999) dalla Regione in circa 2 milioni di tonnellate (per il 75% cemento-amianto e il restante 25% friabile), che necessita di essere sottoposta a bonifiche e dunque smaltita in sicurezza. Dove non è dato sapere, in quanto in Toscana persiste «una strutturale carenza di impianti per lo smaltimento», come testimonia anche l’ultimo Piano rifiuti e bonifiche (Prb) redatto dalla Regione.

Come affrontare questo stallo? Dal ministero dell’Ambiente Laura D’Aprile, intervenendo lo scorso anno alla Camera durante un convegno sull’amianto organizzato anche in questo caso dal M5S, spiegava che «uno dei principali problemi è che mancano le discariche: a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto. Ci sono regioni che hanno fatto delibere definendosi a discarica zero e quindi quando faremo la programmazione del conferimento a livello nazionale ci andremo a scontrare con queste regioni». Anche Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente e membro del think tank di greenreport, presentando l’ultimo report dedicato dal Cigno verde all’amianto mostra che «il numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni incide sia sui costi di smaltimento che sui tempi di rimozione, senza tralasciare la diffusa pratica dell’abbandono incontrollato dei rifiuti».

Eppure mentre gli anni passano e i malati aumentano, sul territorio le discariche per smaltire in sicurezza l’amianto che già oggi minaccia la salute di tutti vengono ancora viste come il problema anziché come una soluzione.

L. A.

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