testo tratto da La Repubblica del 23 aprile 2019


di ANNA MARIA LIGUORI


Se volessimo spiegare l’accumulo di rifiuti in città ad un bimbo forse dovremmo cominciare così: sulla Terra siamo troppi, acquistiamo prodotti e cibi confezionati (ovvero imballati preferibilmente con la plastica), non possiamo vivere senza elettrodomestici e oggetti elettronici che si rompono e si buttano. Così come le automobili e gli articoli monouso, che come dice la parola stessa, durano solo un attimo prima di essere gettati via.


LA QUESTIONE DISCARICHE
La spazzatura domestica e urbana non è pericolosa per la salute umana e per l’ambiente a meno che non contenga sostanze e componenti che lo diventano: vernici, pesticidi, olii da motore esausti, erbicidi per dirne alcuni, ma anche le plastiche, i televisori e i monitor dei computer, per dirne altri. Insomma qui cominciano, e si rincorrono, i problemi di smaltimento, qui si apre la voragine della discariche (senza nemmeno nominare quelle abusive) che in alcuni Paesi industrializzati sono ancora il sistema più diffuso di smaltimento: quelle a cielo aperto come Malagrotta a Roma, portata ben oltre l’estrema capienza, che tra effluvi nauseanti e infiltrazioni da liquami della falde acquifere circostanti hanno portato il degrado di quell’area ad un punto di non ritorno. Quindi l’accumulo di immondizia può essere superato, solo a patto però che questa sia gestita e trattata nel modo giusto. Insomma, deve essere”trattata bene”.


IL RAPPORTO FISE-ASSOAMBIENTE
Nel rapporto ” Per una Strategia Nazionale dei rifiuti”, appena presentato da Fise- Assoambiente ( Associazione delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica) questo quadro è ben chiaro. La normativa europea sulla Circular Economy, approvata qualche mese fa, impone di arrivare entro il 2035 all’80% di differenziata, 65% di riciclo, 25% di valorizzazione energetica e solo 10% in discarica. Lo spiega il presidente Chicco Testa: « Per cogliere la sfida europea della Circular Economy e non perdere l’opportunità di crescita in termini economici e di sostenibilità ambientale, è ora di definire su scala nazionale una strategia di lungo periodo che indirizzi tutto il sistema pubblico e gli operatori privati nella stessa direzione. Necessari investimenti in impianti di riciclo, recupero e smaltimento per 10 miliardi di euro ».


LA PAURA DELL’INQUINAMENTO

Ma qual è il modo migliore per farlo? E quando si parla di inceneritori come si supera la scarsa tolleranza dei residenti locali che ne rifiutano l’installazione temendo aria inquinata da combustione? In Italia si producono ogni anno 135 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e circa 30 milioni di rifiuti urbani, di cui avviamo a riciclo, rispettivamente, il 65% ( 92 milioni di tonnellate) e il 47% ( 15 milioni di tonnellate). Ma, come si può vedere solo guardandoci intorno, queste cifre non sono sufficienti a farci saltare l’ostacolo.


TRATTARE QUELLI ESISTENTI
« Partiamo dal fatto che i rifiuti ci sono, che vanno diminuiti nel tempo, ma che ora il vero nodo è trattare quelli esistenti » , spiega Mario Grasso, docente al Dipartimento d’Ingegneria civile e ambientale del Politecnico di Milano, « possiamo fare tanti bei discorsi sul futuro, ma il presente ci dice che milioni di tonnellate di rifiuti residui non riciclabili possono essere trattati esclusivamente tramite impianti, cioè termovalorizzatori di ultima generazione. L’Italia ne è fornita malamente e a macchia di leopardo. E questo è ormai un danno per il nostro Paese». E ancora: « La preoccupazione per tutti sono le emissioni. Facciamo chiarezza: dai rifiuti solidi trattati nei termovalorizzatori si recupera energia ( oggi in realtà sia energia elettrica che calore) con delle emissioni di gas trascurabili, anche fino a mille volte più basse dei limiti di legge».


LA CIRCULAR ECONOMY
Per realizzare i benefici ambientali ed economici imposti dalla Circular Economy è necessario, quindi, avere un approccio pragmatico e programmatico alla gestione dei rifiuti. Avere cioè una visione a medio- lungo periodo (almeno ventennale) a cominciare dal numero di impianti da realizzare e dalla loro specificità. Il report di Fise-Assoambiente stima il fabbisogno sul territorio italiano a 24 impianti di termovalorizzazione , ma forse basterebbe cominciare con i primi dieci: «La stima era già stata fatta dal decreto SbloccaItalia di Renzi, si parlava di circa 10 impianti prevalentemente al Sud » , continua Grosso, « ma servono anche impianti di selezione e recupero di materia capaci non solo di sostenere il flusso crescente della raccolta differenziata di rifiuti, oltre a impianti di smaltimento finale (discariche), capaci di gestire i rifiuti “residuali” come gli scarti generati dal processo di riciclo e quelli che non possono essere avviati a recupero o a trattamento».


LA QUESTIONE PLASTICA
Ed è proprio sui rifiuti residuali che si fa più spesso confusione e disinformazione: « Facciamo l’esempio della plastica, non se ne ricicla più della metà, l’altra metà va negli impianti di recupero energetico perché non ha le qualità per essere riciclata » , sottolinea Grosso, « prima veniva spedita in Cina ma poi questa ha chiuso le frontiere ai rifiuti. Ora va in parte in Malesia e in altri paesi del sud est asiatico. Prima di viaggiare viene stoccata in capannoni. Questi capannoni sempre più spesso prendono fuoco perché sono al centro di interessi trasversali, spesso criminali. Sprigionano diossina senza controllo. Ecco, il nuovo termovalorizzatore serve a questo, ad esempio, a bruciare la selezione delle scarti di plastica, senza capannoni, viaggi e senza forti e incontrollabili emissioni nocive».
Gli addetti ai lavori e chi punta sui termovalorizzatori, come la Danimarca che ne ha costruito uno green in grado di bruciare 35 tonnellate di rifiuti allora e che ha sul tetto una pista da sci artificiale, ripetono la parabola dell’ossido di azoto: ” Un termovalorizzatore nuovo emette concentrazioni di ossido d’azoto fino a 10 volte più basse dei limiti di legge. Lo stesso inquinante viene emesso dai motori diesel, che ne emettono fino cinque volte in più rispetto ai limiti di legge e fino a 40 volte in più per quelli coinvolti nel dieselgate”.

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