testo tratto da La Nazione del 27 febbraio 2017

 

NON PIÙ USA e getta, ma usa e ricicla. Dopo la rivoluzione dei prodotti monouso, partita dalle lamette Gillette all’inizio del secolo scorso e oggi estesa a vaste fette del mercato dei beni di consumo, il pendolo torna indietro. La popolazione mondiale cresce al ritmo di 80 milioni di individui all’anno e potrebbe toccare gli 11 miliardi alla fine di questo secolo, dai 7,3 miliardi di oggi.

 

 

L’ascesa sociale delle fasce più povere dell’umanità è ancora più rapida: da qui al 2030 ben 3 miliardi di nuovi consumatori entreranno nella classe media e spingeranno la domanda di beni e servizi a livelli senza precedenti. D’altro canto la coperta delle risorse è sempre più corta, perciò il sistema industriale deve ripensare i suoi modelli di produzione, in modo da entrare nel circolo virtuoso dell’economia rigenerativa, che trasforma i rifiuti in una risorsa. Mantenere il modello di sfruttamento lineare, nella logica seguita finora di scavare, confezionare, consumare e buttare, significa confrontarsi con una sempre maggiore scarsità delle materie prime, sempre più costose con un incremento medio del 150% nell’ultimo decennio.

 

 

Nel frattempo, però, i saperi si sono persi, la nonna non è più capace di rammendare i calzini e il riso non si compra più sfuso in grandi sacchi al mercato. Bisogna quindi ricominciare daccapo – facilitati dalle nuove tecnologie e dai nuovi materiali – a imparare le buone pratiche, partendo dalla fine vita e non dalla facilità di consumo dei prodotti, sia nei processi industriali che negli acquisti al supermercato: un impegno ormai richiesto dagli standard sempre più stringenti imposti all’industria, ma anche ai consumatori, che devono imparare a distinguere e a votare con il portafoglio per i prodotti più virtuosi, duraturi e meno dannosi per l’ambiente.

 
DA QUI, l’attualità crescente dell’economia circolare, unica strategia capace di rallentare la spoliazione delle risorse naturali del pianeta. Il processo di riforma della politica europea in materia è partito a fine gennaio, con l’approvazione di un pacchetto di proposte legislative sull’economia circolare in Commissione Ambiente del Parlamento Europeo. Il pacchetto, adottato grazie all’impegno della relatrice Simona Bonafè, migliora notevolmente la proposta del 2015 fatta dalla Commissione, in particolare per quanto riguarda i target di riciclo al 2030, innalzati al 70% per i rifiuti solidi urbani, e per l’introduzione dell’obbligo di chiusura delle discariche entro il 2030. Il raggiungimento di questi obiettivi, secondo la valutazione della stessa Commissione Europea, consentirebbe di creare 580mila nuovi posti di lavoro entro il 2030, con un risparmio annuo di 72 miliardi di euro per le imprese europee, grazie a un uso più efficiente delle risorse e quindi ad una riduzione dell’import di materie prime. I posti di lavoro potrebbero crescere sino a 867mila se all’obiettivo del 70% di riciclo si accompagnassero a livello europeo e nazionale anche misure ambiziose per il riuso, in particolare nell’arredamento e nel tessile.

 
LA VERA circolarità non comporta infatti solo il diligente riciclo dei materiali di scarto nelle diverse fasi di produzione, ma punta a evitare il più possibile gli scarti, riducendo così il flusso di materie prime e di risorse naturali in entrata nel sistema economico. Si tratta dunque di pensare i prodotti e i servizi in funzione di un efficace riutilizzo, a partire dal progetto iniziale, puntando a superare le perdite di efficienza causate dalla fuoriuscita dal sistema produttivo di materiale potenzialmente ancora utile e valorizzabile. «Non possiamo più costruire il nostro futuro su un modello usa e getta – commenta Bonafè – ma dobbiamo prepararci a una transizione che, considerando l’intero ciclo del prodotto, genera non solo nuove risorse produttive, ma opportunità di lavoro, innovazione e protezione per le persone e per l’ambiente». Il voto del Parlamento Europeo sull’economia circolare è atteso a metà marzo, in vista del negoziato con Commissione e Consiglio.

 
IN ITALIA sono in gioco almeno 190mila nuovi posti di lavoro, che possono essere creati grazie allo sviluppo dell’economia circolare, al netto dei posti che andranno persi nel superamento dell’attuale sistema produttivo. Si tratta di mettere in moto modelli nuovi di sviluppo e di produzione, com’è stato fatto nella regione belga delle Fiandre, considerata uno degli esempi più efficaci nello sviluppo di un’economia circolare in Europa, con meno dell’1% dei rifiuti avviato in discarica e il 70% riciclato già oggi. Nato dalla constatazione che le Fiandre dipendono quasi totalmente dalle importazioni di varie materie prime, il Programma Materiali è stato avviato nel 2011 con lo scopo di convertire la regione all’utilizzo di materiali a cicli chiusi ed è stato premiato l’anno scorso a Davos fra gli “eroi” dell’economia circolare.

 

 

Una piccola organizzazione senza scopo di lucro, con sede nella città di Mechelen, agisce da acceleratore della circolarità: ha realizzato una ‘rete delle reti’, creando pacchetti già testati per aiutare soggetti pubblici e privati ad adottare modelli di acquisto di beni provenienti dall’economia circolare. In questo modo, nel giro di soli 5 anni la regione ha ottenuto notevoli risultati, proiettandosi verso il futuro con lo sviluppo di una nuova politica industriale e diventando un modello per tutto il continente.

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