testo tratto da qualenergia.it del 27 dicembre 2016 

L’articolo nella versione digitale è stato originariamente pubblicato sul n.5/2016 della rivista bimestrale QualEnergia, con il titolo “Edilizia: chiudere il ciclo”

 

Dobbiamo guardare al settore delle costruzioni in modo diverso dal passato se vogliamo davvero promuovere un cambiamento capace di produrre innovazione e vantaggi ambientali.

Quello che fino a ieri è stato considerato un settore ad alto impatto ambientale e consumo di materiali oltre che suolo, oggi è considerato un tassello fondamentale nella rivoluzione dell’economia circolare.

Non è una ricetta utopica, ma una concreta strada di sperimentazione e innovazione attraverso la quale diventa possibile un rilancio del settore che permetta di ridurre l’impatto sugli ecosistemi e di spingere, al contempo, la creazione di lavoro e di ricerca applicata.

Per capire il cambiamento in corso è interessante osservare i risultati del secondo Rapporto dell’Osservatorio Recycle, promosso da Legambiente, che ha l’obiettivo di raccontare e approfondire proprio i cambiamenti già in corso nelle infrastrutture, come in edilizia. Perché oggi è all’insieme delle innovazioni che riguardano le diverse filiere di materiali che dobbiamo guardare, in modo da accelerare processi capaci di aumentare il recupero dei rifiuti e di spingere il riciclo e il riutilizzo.

Non sono buone intenzioni, ma un processo già in corso, spinto dalla direttiva 2008/98/Ce, che prevede al 2020 il raggiungimento di un obiettivo pari al 70% del riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione.

Un punto va sottolineato con attenzione: oggi non esistono più motivi tecnici,prestazionali o economici che possano essere utilizzati come scuse per non adoperare materiali provenienti da riciclo nelle costruzioni.

Le esperienze descritte in questo Rapporto riguardano cantieri e capitolati dove queste innovazioni sono già state portate avanti con successo, e dimostrano l’esistenza di norme codificate basate sulle prestazioni, che permettono ai materiali da riciclo di poter competere sul piano tecnico e anche del prezzo.

Questa prospettiva d’innovazione da un punto di vista ambientale è molto interessante, perché riduce gli impatti degli interventi nei territori.

Del resto è noto come l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio sia ancora oggi una delle questioni ambientali più importanti nel nostro Paese – in Italia oggi esistono circa 2.500 cave da inerti e almeno quindicimila abbandonate – e sono tante le ferite gravissime aperte nei territori.

È possibile rispondere a questi problemi, come dimostrano i Paesi dove da anni si sta riducendo la quantità di materiali estratti con il riutilizzo di rifiuti aggregati e inerti provenienti dal recupero, oltre che con regole di tutela del paesaggio e gestione delle attività. Spingendo il riciclo di materiali di recupero si genererebbero milioni di tonnellate di materiali che consentirebbero di chiudere un rilevante numero di cave.

È evidente che un cambiamento di questo tipo, con filiere trasparenti e certificateper le diverse categorie di materiali, aprirebbe un filone di green economy molto interessante che sta già creando risultati positivi in tutta Europa.

La sfida del riciclo per le costruzioni

Sono soprattutto le barriere tecniche, giuridiche e d’informazione i limiti di questa prospettiva che ancora rallentano l’impiego di materiali provenienti dal recupero in Italia. Un esempio sono i cantieri dei lavori pubblici e privati, dove i capitolati costituiscono una barriera insormontabile per gli aggregati riciclati.

In molti di essi è ancora previsto l’obbligo di utilizzo di alcune categorie di materiali da cava e, di fatto, è impedita l’applicazione per quelli provenienti dal riciclo. Alcuni esempi di cantieri e realizzazioni, raccolti nel rapporto, dimostrano l’efficacia degli aggregati riciclati e degli asfalti derivati dal riutilizzo di pneumatici usati con prestazioni certificate.

Tra i lavori stradali e quelli edilizi è chiaro come ormai si possa intervenire con il loro utilizzo in situazioni molto diverse fra loro (dal Palaghiaccio di Torino al nuovo Molo del Porto di La Spezia, dal Passante di Mestre all’Aeroporto di Malpensa).

Per accelerare questa prospettiva serve che le stazioni appaltanti, pubbliche e private e a tutti i livelli, cambino i propri capitolati per impedire queste discriminazioni. In questa direzione vanno le proposte che abbiamo presentato con il capitolato speciale d’appalto Recycle, (elaborato da Legambiente in collaborazione con Atecap, Eco.Men, Ecopneus) che si pone l’obiettivo di stimolare le stazioni appaltanti a intraprendere la strada già fissata dall’Europa.

L’obiettivo, attraverso questo strumento, è di intervenire nei diversi capitolati esistenti (sono centinaia, e impossibili da sostituire con un capitolato unico) per introdurre i corretti e aggiornati riferimenti normativi che permettano di superare le barriere e le discriminazioni esistenti.

I capitolati rappresentano uno snodo fondamentale per fare chiarezza in particolare rispetto all’utilizzo e nelle prestazioni degli aggregati riciclati e superare quella diffidenza da parte dei direttori dei lavori legata alla paura di responsabilità amministrative e penali derivanti da un eventuale uso improprio dei materiali.

La sfida è anche quantitativa, perché sia le infrastrutture sia i progetti edilizi devono avere una contabilità dei materiali utilizzati e da riutilizzare, in modo da spingere quelli provenienti dal riciclo e riciclabili.

L’altro snodo fondamentale è quello dei regolamenti edilizi, all’interno dei quali si devono chiarire i termini per l’utilizzo (e l’incentivo) per i materiali provenienti dal riciclo.

Un esempio positivo è quello di Bologna, descritto nel Rapporto Recycle, dove sono stati chiariti e incentivati i termini per l’utilizzo dei materiali provenienti dal riciclo negli interventi edilizi.

Una seconda questione aperta riguarda i ritardi rispetto all’attuazione della direttiva 2008/98/CE nel nostro Paese. Perché questo processo vada avanti, servono riferimenti chiari per accompagnare la crescita nell’uso dei materiali fino al target del 70% fissato al 2020.

La direttiva indica con chiarezza la necessità di accompagnare, attraverso specifici provvedimenti, questi processi e sono previsti decreti attuativi dallo stesso decreto Legislativo 205/2010 che l’ha recepita nel nostro ordinamento. Il processo sta andando avanti, e questi temi sono entrati sia nel cosiddetto collegato ambientale(Legge 221/2015) sia nel nuovo Codice degli appalti (decreto Legislativo 50/2016).

Nel collegato ambientale, all’articolo 34, si prevedono modifiche al codice dei contratti pub-blici (DL 163/2006) in modo da chiarire gli obblighi per le stazioni appaltanti in materia di sostenibilità energetica e ambientale, attraverso la definizione di criteri ambientali minimi, anche in materia di “affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazio-ne e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione”.

Dovranno essere i decreti del Ministero dell’Ambiente a definire i criteri e l’aumento progressivo del valore a base d’asta. Allo stesso modo, nel Codice degli appalti (articoli 17-19) sono state introdotte disposizioni per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali e per agevolare il ricorso agli appalti verdi, attraverso la valutazione dei costi del ciclo di vita, inclusa la fase di smaltimento e recupero.

Anche in questo caso è prevista l’introduzione di criteri ambientali minimi negli appalti pubblici, da adottare con decreto del Ministero dell’Ambiente. Sono stati introdotti con il decreto del Ministero dell’Ambiente (24 Dicembre 2015) dei Criteri Ambientali Minimi, ai sensi della Legge 296/2006, per l’affidamento di servizi di progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici e per la gestione dei cantieri della pubblica amministrazione. Apparentemente, il processo normativo sembra procedere.

In realtà, i segnali di mutamento sono lentissimi ed è arrivato il momento che il governo imprima un’accelerazione per spingere queste innovazioni nei cantieri d’infrastrutture e edifici, in particolare dopo il cambiamento impresso nel settore, con il nuovo codice degli Appalti.

Per far sì che l’economia circolare diventi la chiave per ripensare il settore occorre introdurre riferimenti chiari e prevedere controlli, altrimenti il rischio è che si ripeta quanto avvenuto con il Dm 203/2003, che prevedeva per le società a prevalente capitale pubblico, di coprire il 30% del proprio fabbisogno annuo di beni e manufatti con prodotti da materiale riciclato.

Non avendo specificato come il processo dovesse essere portato avanti in nessun cantiere pubblico questi obiettivi sono stati realizzati.

Non è mai stato redatto l’elenco di imprese abilitate (“repertorio”) e nel 2009 è stato anche cancellato l’organo del Ministero dell’Ambiente che se ne doveva occupare, l’osservatorio nazionale rifiuti. Inoltre, in base alla direttiva 1989/106/Ce, recepita in Italia con il Dm Ambiente 11/04/2007, per poter riutilizzare in edilizia i prodotti derivanti dal riciclaggio di rifiuti, questi devono avere la marcatura Ce (come tutti gli altri prodotti da costruzione).

È un obbligo di legge per cui le aziende sostengono costi non indifferenti, molti non lo fanno e i controlli sono inesistenti. La marcatura Ce, inoltre, non è richiesta, neanche dalle stazioni appaltanti pubbliche.

Spingere il riciclo in edilizia

Alcuni obiettivi appaiono prioritari per dare attuazione al cambiamento impresso dalle direttive europee e dalle innovazioni tecnologiche in corso. Da Anas alle concessionarie autostradali, da Rfi a Terna, fino alle stazioni appaltanti comunali, occorre rivedere tutti i capitolati che ancora fissano barriere per l’utilizzo di materiali riciclati.

Il cambiamento che occorre imprimere è il passaggio a un approccio prestazione nei capitolati. In questo modo non si discriminano i materiali in funzione della loro provenienza. Proprio i capitolati rappresentano uno snodo fondamentale per la chiarezza nell’utilizzo, nelle garanzie e nelle prestazioni degli aggregati riciclati e per superare la diffidenza da parte dei direttori dei lavori legata alla paura di responsabilità amministrative e penali derivanti da un eventuale uso improprio dei materiali.

La responsabilità è in capo alle stazioni appaltanti ma anche ai Ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente perché siano introdotti quei chiarimenti previsti dalle direttive europee. Inoltre, occorre porsi la questione di come accelerare l’attuazione della direttiva europea introducendo obblighi crescenti di utilizzo di aggregati riciclati.

È arrivato il momento che i Ministeri dell’Ambiente e delle Infrastrutture colgano appieno la sfida e le opportunità dell’economia circolare per il settore delle costruzioni.

Servono riferimenti normativi chiari e univoci, riferiti allo specifico del settore nelle costruzioni per dare certezze attraverso criteri ambientali minimi per i cantieri delle opere pubbliche e private, e riferimenti per l’utilizzo di materiali provenienti dal riciclo nelle infrastrutture in edilizia, così come controlli e sanzioni nei confronti delle stazioni appaltanti e nei cantieri.

In particolare, è necessario, dopo l’approvazione del nuovo codice degli appalti introdurre per tutte le gare d’appalto precisi obblighi di utilizzo di materiali provenienti dal riciclo fino ad arrivare al 70% al 2020.

Nel Rapporto Recycle di Legambiente sono stati individuati diversi cantieri che dimostrano come sia possibile ottenere questi risultati; va previsto che tutti i cantieri di infrastrutture e di edifici abbiano una contabilità dei materiali provenienti dal riciclo e riciclabili, per accompagnarne l’utilizzo.

A dimostrare come questo cambiamento sia possibile, è l’esempio della Provincia di Trento. La legge Provinciale 10/2004 ha introdotto l’obbligo di acquistare prodotti in materiale riciclato per almeno il 30% del fabbisogno.

I requisiti ambientali chiesti alle imprese sono stati poi definiti dalle norme tecniche e ambientali per gli aggregati riciclati (Dgp 1333/2011) e hanno interessato tutte le fasi (programmazione e progettazione, realizzazione e manutenzione) con la stessa Provincia di Trento che, come soggetto acquirente, dà ormai costantemente il suo contributo allo sviluppo del mercato degli aggregati riciclati.

Il decreto nel dettaglio

Nel Decreto sono illustrate le specifiche tecniche dei componenti edilizi come calcestruzzi, laterizi, prodotti in legno, di cui vengono ad esempio specificate la quantità che bisogna riciclare. Nelle specifiche tecniche del cantiere sono esplicitati i criteri da seguire nelle demolizioni, per i materiali usati in cantiere e per gli scavi.

Per i calcestruzzi e relativi materiali componenti confezionati in cantiere, preconfezionati e prefabbricati è previsto un contenuto minimo di materia riciclata di almeno il 5% in peso, come somma delle percentuali di materia riciclata contenuta nei singoli componenti (cemento, aggiunte, aggregati, additivi), compatibilmente con i limiti imposti dalle specifiche norme tecniche.

È previsto che il rinterro con materiale arido e il riempimento effettuato con materiale betonabile sia effettuato con l’impiego di materiali riciclati. È previsto infine l’obbligo di un piano di gestione dei rifiuti prodotti in fase di progetto, in cui sia previsto il 70% minimo di avvio a recupero dei materiali. Con i Decreti Attuativi, è stato disciplinato l’incremento progressivo della percentuale del valore a base d’asta cui riferire l’obbligo di applicare le specifiche tecniche e le clausole contrattuali dei Criteri Ambientali Minimi.

L’obbligo delle stazioni appaltanti di inserire nella documentazione di gara almeno le “specifiche tecniche” e le “clausole contrattuali” dei Criteri Ambientali Minimi si applica in misura non inferiore alle seguenti percentuali del valore dell’appalto: il 62% dal 1 gennaio 2017; il 71% dal 1 gennaio 2018; l’84% dal 1 gennaio 2019; il 100% dal 1 gennaio 2020. Fino al 31 dicembre2016 le amministrazioni sono comunque tenute a rispettare almeno la percentuale del 50% del valore a base d’asta.

Filiera possibile

Abbiamo davvero la possibilità di far crescere una moderna filiera delle costruzioni in cui siano le stesse imprese edili a gestire il processo di demolizione selettiva degli inerti provenienti dalle costruzioni in modo da riciclarli invece che conferirli in discarica.

Governo e Regioni devono promuovere questo processo con leggi che obblighino a utilizzare una quota di inerti provenienti dal recupero in tutti gli appalti pubblici.

Le quantità più rilevanti di materiali estratti ogni anno in Italia sono utilizzate per l’edilizia e le infrastrutture, oltre il 62,5% di quanto è cavato è costituito da materiale inerte, principalmente ghiaia e sabbia.

Serve una spinta rapida se si considera che ogni anno vengono prodotte quasi 40 milioni di tonnellate di rifiuti inerti e che la capacità di recupero sfiora a mala pena il 10%, anche se con differenze significative tra Regione e Regione.

L’Italia, attraverso queste scelte, può recuperare il ritardo nei confronti degli altri Stati europei che da qualche tempo hanno introdotto politiche di riciclo che coinvolgono questa categoria di rifiuti: l’Olanda con il 90% dei materiali recuperati è la nazione più virtuosa, seguita da Belgio (87%) e Germania (86,3%).

Infine, un tema da sottolineare, è quello dei controlli e monitoraggio dei rifiuti da demolizione. Può sembrare incredibile, ma in Italia non si ha alcuna certezza dei numeri dei rifiuti prodotti dalle attività di costruzione e demolizione.

Avere un quadro chiaro della situazione è fondamentale sia da un punto di vista della legalità e tutela del territorio (sono tante le discariche abusive di questi materiali) sia della possibilità di spingere il riciclo. Secondo l’Ispra – l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – in Italia sono prodotti circa 48 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione (dato 2013) che vengono smaltiti in discarica o presso impianti di riciclo. Rappresentano il 37,4% del totale dei rifiuti del settore industriale.

L’Ispra certifica che dopo il Dlgs 205/2010 – con cui il governo ha recepito la direttiva 2008/98/Ce – l’Italia ha già superato la percentuale fissata dalla Ue, attestandosi al 75%. Un dato che dovrebbe far ben sperare, ma che invece è parziale e inattendibile, poiché in molte Regioni non esiste alcun controllo o filiera organizzata del recupero e non si conteggia lo smaltimento illegale.

Il futuro delle costruzioni nel nostro Paese dovrà avere al centro il tema della riqualificazione energetica e antisismica del patrimonio edilizio. Se questi obiettivi sono oggi condivisi – e sono al centro del programma avviato dal governo con “Casa Italia” dopo il drammatico terremoto di Amatrice – occorre legarvi assieme anche i temi dell’innvazione e sostenibilità degli interventi, del bilancio dei materiali.

La chiave del riciclo può davvero consentire di aprire uno scenario nuovo e sostenibile per il settore delle costruzioni, che rimette al centro il progetto, il rapporto con il territorio e la qualità e formazione del lavoro.

I vantaggi, che questo tipo di prospettiva aprirebbe, sono rilevanti anche in termini di lavoro e attività imprenditoriali, perché le esperienze europee dimostrano che aumentano sia l’occupazione sia il numero delle imprese attraverso la nascita di filiere specializzate.

Il nostro Paese ne avrebbe più che mai bisogno, per uscire da una crisi che dura dal 2008 e aprire a uno scenario di green building che porti innovazione e sostenibilità nei territori.

Calcolare il riciclo

La percentuale di riciclo è calcolata dall’Ispra attraverso le informazioni contenute nel Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud). Ma la sua compilazione è obbligatoria solo per i soggetti che effettuano operazioni di recupero e smaltimento di tali inerti, mentre le imprese di costruzione sono esentate.

Lo stesso Ministero dell’Ambiente ammette che la metodologia di calcolo comporta una serie di criticità derivanti dal reperimento dei dati. Infatti, la produzione dei rifiuti da C&D è un dato stimato. I dati Ispra mostrano un problema che è all’origine e riguarda alcune lacune legislative, in particolare sui controlli. Le difficoltà nella tracciabilità riguardano tutte le tipologie di rifiuti speciali non pericolosi e non solo quelli che provengono dall’edilizia.

Per comprendere il fenomeno, basti pensare che sono esonerate dalla presentazione del Mud, oltre ai costruttori (la stessa esenzione riguarda anche l’agroindustria), tutte le imprese, di qualsiasi settore, che hanno meno di dieci dipendenti. I dati Eurostat permettono di avere un quadro più chiaro della realtà italiana e della distanza con gli altri Paesi europei che hanno attuato precise politiche per aiutare la filiera del riciclo.

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