testo tratto da il Corriere della Sera del 15 aprile 2018

Nuotiamo in un mare di farmaci. Letteralmente. Perché non ci pensiamo quasi mai ma le medicine che buttiamo via se non smaltite adeguatamente inquinano l’ambiente. In realtà anche quelle che prendiamo, dopo aver fatto il loro effetto nel nostro organismo, vengono eliminati attraverso le urine e finiscono nelle acque di scarico.

 

Questo è inevitabile perché i farmaci che dobbiamo prendere fanno la loro «strada». Però almeno su quelli sprecati dovemmo fare la nostra parte per limitare il problema. Nel nostro Paese si spendono circa 30 miliardi l’anno in medicine, pari a tonnellate di sostanze chimiche che riversiamo in un modo o nell’altro nell’ambiente. Dove purtroppo non sono neutre: come dimostra l’ennesimo studio sul tema, pubblicato di recente su Ecosphere , i farmaci che inquinano le acque urbane superficiali possono modificare i cicli biologici dei microrganismi che le abitano.

Il Baltimore Ecosystem Study ha analizzato diversi corsi d’acqua in città e in campagna, scoprendo che contengono antidolorifici, stimolanti, antistaminici, antibiotici. Mettendo a contatto questi farmaci con specie tipiche delle acque superficiali, a dosaggi analoghi a quelli rinvenuti nei campioni d’acqua, i ricercatori si sono accorti che molti microrganismi soffrono non poco e, per esempio, riducono il tasso di respirazione e alterano i propri cicli biologici.

Le acque cittadine sono risultate più contaminate da medicine rispetto a quelle suburbane e anche questo non è senza conseguenze: cambia infatti la proporzione delle specie di batteri presenti e secondo Emma Rosi, autrice dell’indagine, è un segnale preoccupante perché «abbiamo trovato specie che si sono adattate per resistere ai farmaci diventando in grado di colonizzare superfici nuove, come alcune del genere Aeromonas spesso associate a patologie gastrointestinali umane».

Gli effetti del fiume di farmaci che scorre nell’ambiente sono abbastanza noti su flora e fauna, molto meno si sa di quel che possono causare all’uomo. «I danni all’ecosistema però sono già sufficienti a preoccuparci— interviene Ettore Zuccato, responsabile del Laboratorio di Tossicologia nutrizionale del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Istituto Mario Negri di Milano —. Modificare l’ambiente in cui viviamo basta e avanza per creare condizioni di pericolo per l’uomo, non solo perché potremmo cibarci di animali o piante esposte a farmaci in dosi elevate ma anche per i possibili effetti diretti e indiretti di questo “inquinamento”.

Si ipotizza che gli antibiotici presenti nelle acque superficiali, per esempio, possano contribuire alla comparsa di allergie e anche di resistenze da parte dei batteri, che potrebbero così diventare più aggressivi e difficili da debellare. Nelle acque urbane potabili i dati sono ancora molto scarsi: in area milanese le analisi sono state eseguite e c’è un bassissimo livello di alcuni farmaci, tale da non preoccupare. Altrove però non lo sappiamo».

Va detto che ci troviamo in condizioni che sono l’incubo di ogni tossicologo: l’esposizione ai residui di farmaci nell’ambiente è a livelli molto bassi ma per tempi molto lunghi, inoltre non c’è un solo tipo di medicinale in giro ma cocktail sempre diversi. Stabilirne gli effetti sulla salute è un’impresa non da poco, esistono studi su cellule umane in laboratorio (che mostrano peraltro come i mix possano alterare la funzione di geni) ma è molto complicato capire che cosa accada nella «vita vera».

Di sicuro sappiamo però che alcuni medicinali, come antibiotici, od ormoni come gli estrogeni, possono avere effetti anche a piccole dosi, se l’esposizione è cronica. Ma che cosa si può fare per arginare l’ondata di medicinali ? «Innanzitutto, usarli solo quando servono — raccomanda Zuccato —. La fonte primaria di farmaci nell’ambiente è infatti il paziente, per circa il 60-70% delle quantità che poi si trovano in fiumi e laghi. Essere consapevoli di questo e, per esempio, non curare l’influenza con gli antibiotici sarebbe già un primo passo per ridurre l’impatto ambientale».

Si stima che l’organismo metabolizzi il 50-70% della dose assunta, il resto viene eliminato così com’è; inoltre, i prodotti di scarto dal metabolismo dei farmaci possono essere altrettanto attivi.
A questa «fonte» vanno poi aggiunti quelli smaltiti in maniera illegale dalle aziende o quelli che buttiamo nella spazzatura normale. «I farmaci non utilizzati e scaduti vanno gettati negli appositi contenitori delle farmacie, che poi provvedono a distruggerli con specifiche procedure termiche perché siano inattivati — spiega Zuccato —. Servirebbero poi depuratori più efficienti e realizzati apposta per eliminare dalle acque anche i farmaci; tuttavia quelli di nuova generazione, pur non essendo pensati per farlo, riescono ad abbattere fino all’80% dei medicinali presenti.

Il guaio è che il 20% rimanente corrisponde comunque a chili e chili di farmaci al giorno che una qualsiasi città riversa nei fiumi. L’ideale, quindi, sarebbe avere depuratori specifici con sistemi di abbattimento dei medicinali, per esempio a base di carboni attivi, ozono, raggi ultravioletti». Nell’attesa che accada bisognerebbe cercare di sprecare meno farmaci, usandoli meglio e evitando di accumularli perché «non si sa mai»: una cattiva abitudine, che ci porta a gettare via medicinali che scadono prima di poterli utilizzare, spendendo soldi inutilmente e contribuendo a inquinare il mondo se non li smaltiamo come si deve.

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