testo tratto da greenreport.it del 18 Settembre 2019

di Luca Aterini

L’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) riporta oggi la stima che informa su quanto sia davvero circolare l’Europa, ovvero quella relativa al tasso di circolarità: nel 2016 (l’ultimo ad oggi disponibile) il dato si è fermato all’11,7%.

«Questo significa – spiegano da Eurostat – che l’11,7% delle risorse materiali utilizzate nell’Ue proviene da prodotti riciclati e materiali di recupero, risparmiando così l’estrazione di materie prime primarie».

Guardare da questa prospettiva all’economia circolare costituisce un approccio molto più coerente con la realtà rispetto al fermarsi davanti ai tassi di avvio a riciclo: sempre nel 2016 risulta infatti che l’Ue abbia avviato a riciclo circa il 53% dei propri rifiuti, ma per contestualizzare questo dato occorre appunto precisare che non arriva a coprire il 12% del fabbisogno di materie prime registrato nello stesso anno. «Il tasso di circolarità è molto più basso rispetto ad altri indici di circolarità, come i tassi di riciclo, che si aggirano intorno al 55% nell’Ue. Questo perché – precisano infatti da Eurostat – il tasso di circolarità ha una portata molto più ampia: include tutti i materiali che vengono immessi nella nostra economia, mentre i tassi di riciclo tengono conto solo dei rifiuti».

Lo stesso vale naturalmente nel contesto italiano. Secondo le stime fornite da Ispra, nel 2016 il nostro Paese ha toccato il 45% di avvio a riciclo nell’ambito dei rifiuti urbani (26% il recupero di materia più propriamente detto, cui si aggiunge un 19% di recupero della frazione organica della raccolta differenziata),e il 65% di avvio a riciclo nell’ambito dei rifiuti speciali. Il tasso di circolarità elaborato dall’Istat per l’Italia restituisce però un dato molto più basso: 17,1%, che ci pone al quinto posto in Ue dopo Paesi Bassi (29%), Francia (19,5%), Belgio (18,9%), Regno Unito (17,2%), e subito prima di Estonia (11,8%), Germania (11,4%) e Austria (10,6%). In fondo alla classifica sono invece inchiodati la Grecia (il cui tasso di circolarità è fermo all’1,3%), la Romania (1,5%) e l’Irlanda (1,7%). «Le differenze – aggiungono da Eurostat – sono dovute non solo alla quantità di riciclo in ciascun Paese, ma anche a fattori strutturali delle economie nazionali. Ad esempio, maggiori sono le importazioni di materiali (compresi i combustibili fossili) e estrazioni domestiche di materie prime (a loro volta legate all’industria mineraria, alle costruzioni, ecc.), minori sono i tassi di circolarità».

C’è ancora molto da fare, dunque. Dal 2004 in avanti il miglioramento del tasso di circolarità in Europa è stato costante, ma molto debole, con un incremento di appena +3,4% rispetto al 2004 (quando era all’8,3%). A maggior ragione visto che questo progresso «è dovuto principalmente al fatto che l’Ue consuma meno materie prime, come materiali da costruzione e combustibili fossili, mentre la quantità di riciclaggio è aumentata solo leggermente», precisano da Eurostat. Anche in Italia i progressi relativi al tasso di circolarità lasciano molto a desiderare, in quanto la crescita è stata solo del 5,5% dal 2010 (quand’era all’11,6%) al 2016.

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