testo tratto da greenreport.it del 9 maggio 2018

di
Luca Aterini

La relatrice delle quattro direttive per l’Europarlamento commenta le novità introdotte.

 

Simona Bonafè

L’Europarlamento è riuscito ad approvare il nuovo pacchetto normativo sull’economia circolare, un traguardo atteso da molti anni: un lavoro apprezzato dagli ambientalisticome dalle imprese. Adesso dovrà però calarsi nella realtà legislativa italiana: che percorso si aspetta?

«Si tratta di un traguardo atteso da anni, ma non deve essere visto come un punto di arrivo, bensì come un punto di partenza. L’Unione europea dovrà continuare a ritenere prioritaria una transizione verso un’economia circolare, a partire dal nuovo quadro finanziario pluriennale 2020-2027 che verrà discusso nei prossimi mesi. A livello nazionale è fondamentale partire il prima possibile con un percorso chiaro per l’implementazione delle Direttive sull’economia circolare. La norma europea concede 24 mesi per la piena implementazione, ma penso sia necessario uno scatto immediato. Questo è chiesto in maniera bipartisan, come ha ben sottolineato, dalle nostre imprese e dalle NGO. Il recepimento sarà una sfida importante e necessaria per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese. Proprio per questo, non dovremmo lasciare la discussione solamente sotto il profilo ambientale, ma ampliarla includendo anche altri ministeri, a partire dal Mise e dal ministero dell’Economia. Industria ed economia rappresentano infatti due leve necessarie affinché l’economia circolare possa davvero decollare».

Prima ancora che nuove norme, all’economia circolare sembra occorra una robusta semplificazione normativa per poter decollare. Anche in questo caso l’appello è bipartisan, condiviso da ambientalisti come Legambiente e da professionisti di settore. Su questo fronte cos’è possibile fare?

«Condivido in pieno questo appello. Il nostro obiettivo dovrà essere quello di rendere fruibile a tutti i principi dell’economia circolare. In questo contesto sarà fondamentale individuare chiaramente i soggetti competenti ed evitare delle sovrapposizioni di potere che, negli ultimi anni, hanno bloccato l’innovazione in questo settore. Penso che un esempio chiaro sia stato il meccanismo per individuare i criteri ‘end of waste’. Su questo punto, e sulla definizione di sottoprodotti, dovremo aprire un serio confronto a livello nazionale. La nuova normativa europea dà la facoltà agli Stati membri di definire criteri nazionali o di valutare ‘caso per caso’. Sarà necessario aprire un tavolo di confronto con le varie realtà settoriale e capire insieme per quali settori estendere la normativa nazionale e per quali rimanere invece alla valutazione del caso specifico».

Un altro importante collo di bottiglia da affrontare sembra risiedere nella carenza degli impianti necessari a gestire i nuovi scarti che la stessa economia circolare genera. Mancano ad esempio le discariche dove smaltire l’amianto derivante da bonifiche, o quelli per il recupero energetico degli scarti derivanti dal riciclo della carta. Pensa l’Italia possa prendere esempio da altri Paesi Ue?

«Penso che gli investimenti per sopperire alla carenza di impianti per la corretta gestione dei rifiuti sia un aspetto fondamentale per permettere all’Italia di sfruttare i benefici derivanti dalla transizione verso un’economia circolare. Le priorità di investimenti dovranno seguire i principi dettati dalla gerarchia dei rifiuti. Dovremo garantire un’infrastruttura adeguata per la raccolta differenziata nell’intero territorio, supportata da efficienti impianti di selezione e riciclaggio in grado di garantire un’alta qualità delle materie prime riciclate. Sempre in linea con la gerarchia si dovranno effettuare investimenti in infrastrutture alternative, qualora il riciclaggio non risultasse la soluzione di recupero ottimale dal punto di vista ambientale».

Il nuovo pacchetto normativo europeo concentra la gran parte dell’attenzione sulla gestione dei rifiuti urbani prodotti in Europa, che ammontano a 242,3 milioni di tonnellate (2015), ma trascura il tema dei rifiuti speciali, che sono assai di più: 2,5 miliardi di tonnellate (2014). Come mai?

«Effettivamente questo è stato uno dei limiti della proposta della Commissione, messo in evidenza a più riprese dal Parlamento Europeo. Per questa ragione, nel testo finale della Direttiva quadro sui rifiuti la Commissione Europea si è impegnata a presentare entro il 2024 target di riciclaggio per i rifiuti commerciali e industriali. Da questo punto di vista, mi preme sottolineare come l’Italia abbia già intrapreso un cammino virtuoso, piazzandosi sul podio europeo se consideriamo il recupero di materia per tutte le tipologie di rifiuti (urbani, commerciali e industriali)».

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