testo tratto da greenreport.it del 06 febbraio 2019


Prevenzione ideologica sia tra le istituzioni che sul territorio, serve un’operazione culturale e una cabina di regia che metta intorno al tavolo tutti gli attori della filiera

di
Luca Aterini

Se già due anni fa Legambiente denunciava apertamente come l’economia circolare italiana fosse incoraggiata a parole ma «ostacolata da una normativa ottusa e miope», duole notare che il “cambiamento” su questo fronte ancora non è arrivato. Con il convegno La corsa ad ostacoli dell’economia circolare in Italiaorganizzato oggi a Roma – che ha visto la presenza del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, diversi parlamentari e rappresentanti del mondo industriale di settore – l’associazione ambientalista sfida dunque Governo e Parlamento a cambiare finalmente passo.

«Il 2018 è stato l’anno dell’approvazione del pacchetto europeo sull’economia circolare, ma il 2019 – dichiara il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani (nella foto, ndr) – dovrà essere un anno determinante per la sua attuazione. Perché questo avvenga è necessario però rimuovere gli ostacoli non tecnologici che nel nostro Paese sono ancora presenti. L’economia circolare non è solo un modo per uscire dalle tante emergenze rifiuti ancora dislocate in Italia, vuol dire creare investimenti, occupazione ed economia sul territorio, ma bisogna avere il coraggio di andare in questa direzione. Come primo passo da fare – aggiunge Ciafani – occorre approvare al più presto i decreti End of waste. Il riciclo dei rifiuti va semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva in discarica, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto».

Da questo punto di vista la normativa europea di recente approvazione – che peraltro guarda soltanto ai rifiuti urbani (oltre 30 mln di ton/anno in Italia), lasciando fuori i rifiuti speciali (più 130 mln di ton/anno in Italia) – è chiara: entro il 2035 dovrà essere avviato a riciclo almeno il 65% dei rifiuti e conferito un massimo del 10% in discarica, indirizzando così il rimanente 25% a recupero energetico. Percentuali che rispecchiano una gerarchia precisa, che richiede ad ogni step impianti industriali dedicati, che però non ci sono: «In Italia – argomentano da Legambiente – non vi è un’adeguata rete impiantistica a supporto di queste operazioni e la scarsità degli impianti fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero. Ne è un esempio lampante la situazione di Roma», dove «su 100 sacchetti di rifiuti gettati dai romani ben 44 vengano portati a spasso verso altre province o oltre regioni».

Soprattutto nel centro sud l’Italia sugli impianti per l’economia circolare sta giocando in retroguardia, come mostra purtroppo il dilagare del fenomeno Nimby e soprattutto Nimto (non nel mio mandato elettorale, ndr). Al proposito, intervenendo al convegno legambientino la deputata Chiara Braga sottolinea la presenza di una «prevenzione ideologica» verso imprese e impianti utili all’economia circolare, un rifiuto che si sta allargando a macchia d’olio: se il presidente Ispra Alessandro Bratti rimarca la necessità di «superare la diffidenza verso il sistema industriale della gestione dei rifiuti», il presidente del consorzio Cic Alessandro Canovai conferma che è «non c’è più consenso intorno a strutture positive di trattamento rifiuti a partire da impianti compostaggio e biometano», mentre il senatore Arrigoni aggiunge che «serve un’operazione culturale per superare l’effetto Nimby, sia in Parlamento che sul territorio. Mancano impianti per trattamento organico e termovalorizzatori», anche se ormai è tutta la filiera impiantistica in grave sofferenza. Va trovato un meccanismo per sbloccare questa situazione, che non può che passare attraverso una migliore comunicazione ambientale, e un maggiore coinvolgimento degli stakeholder: «L’innovazione ambientale non passa senza il coinvolgimento e il convincimento delle comunità territoriali – sottolinea le deputata Rossella Muroni – talvolta i cittadini hanno paura degli impianti di rifiuti».

Tutti sforzi che resteranno vani però, senza la capacità e volontà politica di fare sintesi. Un deficit di responsabilità che emerge chiaramente dall’annosa vicenda sull’End of waste, che non ha trovato soluzione neanche nel recente decreto Semplificazione: sono «55 milioni le tonnellate di rifiuti, su un totale tra urbani, speciali e pericolosi di 165 milioni di tonnellate, pari quindi al 33% del totale complessivamente prodotto in Italia – calcolano da Legambiente – che sono in attesa dei decreti End of waste (Eow) che semplificherebbero il loro riciclo e ridurrebbero il loro conferimento in discarica, negli inceneritori o il loro smaltimento illegale». Sul punto il ministro dell’Ambiente replica che stiamo lavorando sull’End of wasrte, spero che il Parlamento legiferi in materia molto presto. Intanto noi procediamo e su alcune filiere siamo a buon punto». Rassicurazioni simili erano però arrivate agli imprenditori di settore già nel novembre scorso, e da allora non si sono visti progressi. Nel mentre le filiere del recupero sono a rischio, oltre alle migliaia di posti di lavoro collegati, fino a palesare in alcuni casi rischi per i servizi di igiene urbana. «Se i decreti nazionali sono difficili nel frattempo non chiudiamo gli impianti che lavorano – sintetizza il presidente di Unicircular Andrea Fluttero –, è necessario dare flessibilità al sistema. Per lo sviluppo dell’economia circolare dobbiamo avere una cabina di regia che metta intorno al tavolo tutti gli attori della filiera, dai produttori fino ai consumatori, passando da chi progetta e chi ricicla». Un’idea che è piaciuta al ministro Costa, tanto da chiedere a Fluttero «un confronto a breve per declinare più dettagliatamente» il tema. Vedremo gli sviluppi.

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