Alle 18 l’economista Antonio Massarutto presenta il suo ultimo libro insieme all’europarlamentare Simona Bonafè, all’ad di Alia Alessia Scappini e al presidente Cispel Alfredo De Girolamo

testo tratto da greenreport.it del 10 Giugno 2019

L’economia circolare è un mezzo straordinario per creare lavoro e al contempo tutelare l’ambiente. Sono circa 150mila gli occupati in più che potrebbero nascere in quest’ambito a brevissimo termine – entro il 2025 – secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile guidata dall’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi. Un obiettivo che sembra a portata di mano: del resto l’Ue ha recentemente approvato un pacchetto normativo che spinge fortemente in questa direzione, e in Italia gli applausi per questo nuovo modello economico si sprecano, così come i convegni dedicati alla sua celebrazione. Ma allora perché nel nostro Paese i reali pilastri dell’economia circolare – la produttività delle risorse, quella energetica e l’effettivo utilizzo di materiali riciclati (inchiodato al 17,1% sul totale) – sono fermi o in calo ormai dal 2014?

La risposta affiora soltanto guardando alla qualità del dibattito pubblico sul tema, prodromica ad ogni possibilità di sviluppo (o inviluppo) del comparto: mentre negli altri Paesi europei si discute, si cercano soluzioni, si fanno compromessi, si fanno i conti con la realtà e con l’innovazione in modo serio, in Italia il settore è ingessato da opposti estremismi – da “rifiuti zero” a “inceneriamo tutto” –, bloccato da una discussione sempre più polarizzata e identitaria. In questo contesto l’ultimo libro dell’economista Antonio Massarutto (Un mondo senza rifiuti? Viaggio nell’economia circolare, edito da il Mulino) che l’autore presenta a Firenze oggi alle 18 – insieme all’europarlamentare Simona Bonafè, all’ad di Alia Alessia Scappini e al presidente Cispel Alfredo De Girolamo – rappresenta una boccata d’ossigeno, l’occasione per capire come ripartire.

Il pregio più grande che ha il libro è infatti la sua laicità: economia circolare come “stella cometa”, come direzione, tendenza da seguire senza dogmi a anche senza sospetti. Insomma un paradigma che eviti sia approcci apocalittici (moriremo sepolti dai rifiuti), sia eccessivamente utopistici (i rifiuti spariranno). Economia circolare come “ragionevole compromesso” fra pauperismo fanatico e ottimismo industrialista”. Il contrario di quanto spesso oggi accade, con l’economia circolare che è divenuta una delle vittime preferite della sindrome Nimby (Not in my back yard, non nel mio cortile) e sempre più spesso Nimto (Not in my terms of office, non durante il mio mandato elettorale) che bloccano ogni possibilità di concreto sviluppo.

Si è infatti ormai allargata a macchia d’olio la “speranza” che, grazie all’economia circolare, sul territorio non si debbano più fare impianti per gestire i rifiuti prodotti da cittadini e imprese. Chi ci governa – a tutti i livelli – è sempre più spesso impaurito dal conflitto e vede una facile scorciatoia. Comitati per il no a tutto? Nessun problema, ora ci pensa l’economia circolare: i rifiuti “spariscono” nel mercato (meglio se all’estero). Naturalmente non è così. Fare economia circolare significa fare più impianti per il riciclo (digestori anaerobici, compostaggio, riciclo, piattaforme) ma anche avere gli impianti per gli scarti del riciclo e rifiuti non riciclabili (termovalorizzatori, discariche), altrimenti l’economia circolare non gira. Ma soprattutto economia circolare vuol dire industria: cartiere, acciaierie, vetrerie, manifattura per la plastica, i tessuti, i materiali da costruzione, le bioraffinerie.

Il problema del consenso dovrà comunque essere affrontato, anche se in modo nuovo e su nuove basi; l’appuntamento di oggi a Firenze mette a disposizione di tutti nuovi strumenti cognitivi, utilissimi per ripartire.

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