testo tratto da Il Sole 24 Ore del 26 aprile 2018

A certificare il male italiano – la burocrazia che soffoca le infrastrutture – non sono più solo le denunce di imprese, ma è ora il massimo documento di politica economica del Governo. Il Def, «allegato infrastrutture», riporta i dati di un’indagine fatta su 57 lotti (valore medio 533 milioni) di 20 grandi opere: per finire un’opera servono 15 anni e il 66% di questo tempo, cioè 10 anni, «è assorbito dalle fasi che precedono i lavori».

In particolare – recita il documento che dovrebbe andare oggi all’esame del Consiglio dei ministri – queste fasi precedenti al cantiere sono «caratterizzate dal complesso iter progettuale e autorizzativo e dall’affidamento dei contratti». I risultati di questa indagine – dice il ministero delle Infrastrutture – «confermano le analisi svolte dall’Uver e dall’Ance in passato. Vi è quindi da un lato un problema di efficienza che riguarda il processo decisionale dell’opera pubblica e, in particolare, quelli che Uver ha definito “tempi di attraversamento”, riferendosi al complesso iter autorizzativo dell’opera nelle sue diverse fasi».

I «tempi di attraversamento» sono i tempi morti di ordinaria burocrazia che si perdono nel passaggio da una fase all’altra, da una Pa all’altra, da una decisione all’altra, da un parere all’altro. Già lo studio dell’Uver (Palazzo Chigi) sottolineava che per la sola fase precedente all’esecuzione dei lavori, dalla progettazione all’affidamento, i «tempi di attraversamento» incidono per oltre il 60% del totale.

Numero che quantifica il male burocratico italiano.

Come è noto, il Def «a legislazione vigente» quest’anno si limiterà alla fotografia dell’esistente senza poter proporre misure o riforme «programmatiche». Questo frena, per ora, un pacchetto di interventi che il ministero delle Infrastrutture aveva messo a punto anche grazie a una collaborazione con Confindustria e Ance, proprio sullo snellimento delle procedure.

Un tema comunque maturo, ormai, per un intervento a 360 gradi e largamente condiviso anche dalle forze politiche che sono uscite vincenti dalle elezioni: sia la Lega nel centrodestra, che ha fra le proprie parole-chiave la sburocratizzazione, sia gli M5S che puntano a un forte rilancio degli investimenti pubblici, hanno bisogno di un’accelerazione dei tempi di realizzazione. In più, i due schieramenti, proprio come le imprese, chiedono una revisione del codice degli appalti, considerato una delle cause della mancata ripresa degli investimenti.

Dopo l’ulteriore frenata registrata nel 2017 dalle stime Istat del 5,6% degli investimenti fissi lordi pubblici, il «Def infrastrutture» prevede però che il 2018 sarà finalmente l’anno della ripresa. Nessuna previsione autonoma, nell’allegato, ma la citazione delle previsioni fatte dal Cresme (+4,8%) e dall’Ance (+2,5%).
Nel «Def infrastrutture» c’è anche il quadro delle risorse disponibili del programma «Connettere l’Italia» (si veda Il Sole 24 Ore del 22 aprile). In particolare – secondo il ministero – sarebbero già disponibili 98.514 milioni su un programma totale di prime priorità di 133.961 milioni, comprendendo però tutte le annualità del «fondo infrastrutture» di Palazzo Chigi fino al 2033.

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