testo tratto da Il Sole 24 Ore del 27 febbraio 2019

I capannoni pieni di rifiuti? Quelli che poi bruciano? Macché mafia. Il motivo è il mercato paralizzato da norme “ambientaliste” nemiche del riciclo, gli impianti di rigenerazione si intasano e si fermano; così imprese-fantasia rispondono alla domanda non soddisfatta, prendono in affitto i capannoni vuoti e li riempiono nel tempo più rapido possibile di materiali da riciclare che non trovano il mercato del riciclo.

E poi queste imprese, incassati i soldi per ritirare i materiali, si dissolvono senza pagare affitto e smaltimento e lasciano l’incomodo agli inconsapevoli proprietari dei capannoni. Gli eventi: in questi giorni sono stati scoperti altri capannoni intasati di rifiuti nella zona di Rimini, nel Torinese, nel Milanese, in Sardegna. Gli incendi: ecco per esempio gli impianti danneggiati il 23 febbraio a Savona e il 24 febbraio a Brindisi.

I numeri: una politica palermitana, Claudia Mannino, da tempo censisce gli incendi di rifiuti e in un quinquennio ne ha rilevati 491, di cui la maggior parte ha danneggiato impianti di selezione e trattamento (167 casi) o hanno colpito accumuli abusivi di spazzatura (181 casi).

Fonti informative confidenziali (fra le quali magistrati, ufficiali delle forze dell’ordine, politici) confermano che il fenomeno dei capannoni riempiti di spazzatura non nasce dalla malavita classica, dalle grandi mafie di una volta: l’accumulo e a volte l’incendio che ne segue sono una soluzione di ripiego adottata da piccole imprese del sommerso, quel sottobosco della fattura labile, dei lavoretti di ripiego e dei dipendenti fantasia.

«Dalla mia esperienza diretta ho notato che una buona fetta dei reati ambientali sono determinati da imprenditori che si muovono, a volte consapevolmente ma a volte anche in buona fede, nelle maglie di una legislazione contraddittoria, difficile da capire e applicare, con spazi larghissimi per l’interpretazione personale», osserva Alessandro Bratti, direttore generale dell’Ispra e, quand’era parlamentare, presidente della commissione bicamerale Ecomafie.

Un problema nasce dall’abbondanza di materiali rigenerabili di qualità modesta raccolti dai cittadini cui però manca un mercato a valle che possa chiedere prodotti riciclati. E il sistema si intasa. Non è la criminalità a generare questa crisi: è il contrario, la crisi crea spazio a comportamenti di facili costumi nei quali talvolta entra anche la criminalità organizzata.

Nei fatti, i carabinieri ambientali del Noe, i magistrati, i carabinieri forestali e le altre istituzioni stanno sequestrando a centinaia i capannoni riempiti di spazzatura, soprattutto plastica e carta da selezionare.

Come funziona il meccanismo? Imprenditori dall’etica molto flessibile — in genere intermediari — prendono in affitto tramite prestanomi gli infiniti capannoni abbandonati. La finalità dichiarata può essere qualunque: per esempio (è un caso realmente rilevato) il deposito di materiali fieristici. Poi nel tempo più veloce possibile, incassati i soldi per smaltire i rifiuti, i camion pieni di immondizia non vanno a scaricare nel costosissimo inceneritore bensì prendono la strada del capannone vuoto. Bisogna riempirlo nel tempo più accelerato possibile. Appena pieno, si smette di pagare l’affitto (se mai lo si è pagato). Sarà il proprietario del capannone, all’ennesimo sollecito, ad andare a visitare l’immobile, a scoprirlo pieno di spazzatura, a subire l’onta del risanamento.

E gli incendi? Secondo gli esperti, le centinaia di incendi che danneggiano i rifiuti possono avere molti motivi. A dispetto di quanto pensano molti, l’autocombustione è il motivo più ricorrente.Però talvolta l’incendio dei rifiuti stoccati abusivamente in un capannone serve a evitare un controllo imminente o a fare sparire le prove di un illecito più grave, di un traffico più complesso, di tipologie irregolari di rifiuti.

Jacopo Giliberto

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