testo tratto da Il Tirreno del 7 novembre 2018

Cristiano Lozito

PIOMBINO. Da pochi mesi alle acciaierie Aferpi è iniziata l’era di Sajjan Jindal, industriale indiano a capo del gruppo Jsw. Sono poco più di 500 i lavoratori in fabbrica, solo la realizzazione della nuova acciaieria elettrica potrà assorbire gran parte dei 1400 dipendenti a casa da anni. Serve tempo per dar corpo al progetto, ma l’amministratore delegato, Fausto Azzi, rispondendo alle domande del Tirreno, mostra serenità e assicura che la barra è dritta.

 

Fausto Azzi

Dottor Azzi, tutti pensavano dopo la lunga trattativa e l’acquisto delle acciaierie da parte di Jindal, a una partenza più rapida…
«Il progetto sta marciando secondo i programmi: capisco che si vorrebbe tutto subito, ma si tratta di un progetto complesso: altrettanto complesse sono le soluzioni, e queste richiedono tempo».
Dopo anni di lunghe fermate c’è un problema col mercato che induce alla prudenza rispetto al riavvio di tutti i laminatoi?

«Nonostante i problemi degli ultimi anni lo stabilimento di Piombino gode di ottima reputazione, per cui non siamo preoccupati dal mercato. Sulle rotaie ci sarà una breve fermata del laminatoio, ma solo per ottimizzare la produzione. Il 20 di questo mese verrà riavviato il treno vergella, il cui mercato riteniamo sia ampio, a gennaio contiamo di ripartire anche col treno barre».

Però alla gara delle Ferrovie per il vostro prodotto più importante, le rotaie, vi è toccato un quantitativo minore del previsto.
«Siamo rimasti molto delusi dall’esito della gara, impostata con nuove modalità che non hanno tenuto conto dell’importanza di avere in Italia un produttore come Jindal. In ogni caso 184mila tonnellate sono un volume importante».
Intanto la maggioranza dei lavoratori è in cassa integrazione…

«Nel piano industriale di Jindal si parlava per il 2018 di 435 occupati, in realtà mediamente i lavoratori in fabbrica sono stati 540. L’azienda fa già uno sforzo con 105 lavoratori occupati in più del previsto, l’utilizzo dell’ammortizzatore sociale le costa tra i 4 e 5 milioni l’anno. Riteniamo molto importante che nella Legge di Bilancio venga confermato per il 2019 il rifinanziamento della cassa integrazione speciale in deroga per le Aree di crisi complessa, che consentirebbe una sicura copertura ai lavoratori fino al termine del progetto di rilancio, pur avendo noi ben presente che il miglior sostegno ai lavoratori è quello di integrarli prima possibile nel ciclo produttivo. Detto questo credo manchi un po’ di flessibilità da parte del Governo e che Piombino debba rientrare nelle nuove forme di supporto fissate dal decreto per aree di crisi complessa, con integrazione salariale, considerando anche il valore strategico per il Paese delle nostre produzioni. Abbiamo un dialogo col Governo che invitiamo a considerare che le crisi industriali non si risolvono firmando accordi di programma o cessioni da parte delle amministrazioni straordinarie, ma seguendo attentamente e supportando i piani di riconversione».

Le speranze di ripresa occupazionale di Piombino sono in gran parte affidate al progetto della nuova acciaieria. A che punto siamo?

«Jindal è a Piombino per fare acciaio. Non ci sono dubbi al riguardo, sempre che il Paese non metta in discussione alcune condizioni necessarie alla nostra competitività in un mercato globale. Sulla fase due tutto procede da programma: ci sono già stati e sono in corso incontri con i fornitori, e il dialogo con i manager Jsw. Io spero si possano avviare le operazioni per realizzare l’acciaieria anche più velocemente del previsto: l’obiettivo è di 2 forni elettrici e di un nuovo impianto di laminazione di prodotti piani avviandoli nel 2022 per produrre tre milioni di tonnellate di “piani” in aggiunta a un milione di tonnellate di “lunghi”. Sulle demolizioni gli studi di progettazione sono in corso e crediamo che tra fine 2018 e inizio 2019 partiranno gli appalti. Speriamo che i permessi necessari arrivino rapidamente. Il lavoro durerà un paio d’anni, ci saranno effetti positivi per l’indotto, ed è già chiarito che dovremo occupare al massimo i nostri inattivi».

In città c’è un grande dibattito sulla discarica di rifiuti speciali, un comitato chiede il referendum sul raddoppio e la privatizzazione. Ma Jsw ha interesse a utilizzarla?

«Non solo pensiamo a utilizzare la discarica “Rimateria”, ma anzi la riteniamo essenziale per concretizzare il progetto di Jsw. Abbiamo sentito parlare di referendum, e capiamo le domande che si fa la popolazione. Però non ci si può fermare a guardare un pezzetto del puzzle, ma occorre osservare il quadro nella sua interezza: su questo sarà opportuno che a Piombino ci si confronti. Inoltre va ribadito il principio dell’economia circolare, la discarica va gestita con competenza ed esperienza, non chiusa. La cronaca ci insegna che al contrario è il vuoto che dà origine a comportamenti illegittimi o criminali. A “Rimateria” non serve prendere rifiuti speciali da fuori, se si pensa che ci sarà da trattare i materiali residui di produzione di qualche milione di tonnellate d’acciaio e prima ancora ci saranno materiali delle demolizioni e degli scavi per la costruzione. Per questo valuteremo la possibilità di partecipazione in Rimateria, ma a tempo debito».

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