testo tratto da greenreport.it del 29 gennaio 2019


Per il procuratore nazionale Federico Cafiero de Raho è «compito della politica decidere cosa serve. Bisognerebbe capire se non si fa solo perché si perde consenso o perché i malavitosi siano riusciti a infiltrarsi anche tra chi si oppone ai nuovi impianti»

di
Luca Aterini

Ormai da decenni la questione rifiuti viene gestita in Italia sulla base di singole emergenze, che nel contempo si sono però moltiplicate. Per una rapida panoramica basta dare un’occhiata alle comunicazioni ufficiali del ministero dell’Ambiente, che con l’arrivo di Sergio Costa si sono fatte ancora più puntuali nel dare conto di roghi tossici, discariche abusive o sequestri da parte del Noe (l’ultimo ieri, riguardante 2.450 tonnellate di rifiuti speciali stoccati nel milanese). Azioni di contrasto che non riescono però ad arginare il problema.

Si assiste anzi, come ha dichiarato il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso all’inaugurazione dell’Anno giudiziario «all’aumento esponenziale dei segnali indicatori di attività illecite nel settore dello smaltimento dei rifiuti: nel corso dell’ultimo anno, numerosi sono stati gli incendi dolosi in danno di impianti formalmente autorizzati e di capannoni industriali dismessi, ma “stipati” in modo clandestino di migliaia di tonnellate di rifiuti, in parte provenienti dalla Campania. La portata del fenomeno, che interessa tutte le regioni settentrionali, lascia ipotizzare la presenza di un’unica regia».

Prendendo in esame il problema, esattamente un anno fa la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti pubblicò una Relazione sul fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento, smaltimento e recupero di rifiuti verificatisi nel periodo 2014-2017, confermando l’ampia portata del fenomeno: 261 gli eventi censiti, nel 20% dei casi con ipotesi di dolo. «Non c’è dubbio – commentava allora la Commissione – che sia prioritario arrivare ad una chiusura corretta del ciclo dei rifiuti, contribuendo in questo modo a chiudere lo spazio a possibili comportamenti illeciti». Ma un anno dopo di passi avanti in tal senso non ne sono stati fatti, anzi.

Come testimonia l’ultimo rapporto sui rifiuti pubblicato da Ispra (dedicato agli urbani, che sono meno di un quarto degli speciali), gli impianti legalmente autorizzati ad operare lungo la filiera sono sempre meno. Diminuiscono sia le discariche sia i termovalorizzatori, mentre al contempo la mancanza di una normativa nazionale sull’end of waste rappresenta un freno a mano tirato sul mondo del riciclo. I rifiuti però – specchio della nostra società dei consumi – continuano ad essere prodotti, e se non ci sono spazi nel mercato legale per gestirli (o i relativi costi sono insostenibili) si finisce per dare gambe al malaffare.

«La carenza di strutture idonee a ricevere e trattare i rifiuti crea le condizioni per l’emergenza che a sua volta procura ai clan il terreno più adatto per infiltrarsi», spiegava ieri dalle pagine de Il Mattino di il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho, contestualizzando l’allarme lanciato dal pg di Milano Alfonso. E la prima responsabilità in questa continua emergenza rifiuti risale fino all’inazione da parte delle istituzioni: «L’accumularsi dei rifiuti ci avvicina alle crisi e queste aiutano i clan: non c’è dubbio – sottolinea il procuratore nazionale antimafia – che il compito della politica sia decidere cosa serve, sia esso un inceneritore o qualsiasi altro impianto. Non farlo significa consentire che i rifiuti creino emergenze per la salute pubblica e possibilità di infiltrazione per la malavita.

Così, mentre sul territorio si moltiplicano ovunque comitati pseudo-ambientalisti contro ogni tipo d’impianto possibile per operare lungo la gerarchia europea dei rifiuti, da quelli di selezione e trattamento ai biodigestori, ai termovalorizzatori alle discariche per gli scarti residui, a insinuarsi è il dubbio che possa esserci una “regia unica” anche dietro anche a quest’immobilità: «Bisognerebbe capire se non si decide solo perché si perde consenso o perché – conclude de Raho – i malavitosi siano riusciti a infiltrarsi anche tra chi si oppone ai nuovi impianti. Ma non si possono lasciare queste domande solo all’indagine penale, anche la politica deve cercare risposte».

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