testo tratto da il Corriere della Sera del 29 marzo 2017

 

«Le scolaresche arrivano da Milano per visitare una delle aree verdi più belle e incontaminate a ridosso di Lecco per vivere una giornata all’aria aperta a contatto con la natura, ma non sanno che rischiano di respirare fibre d’amianto. Il luogo è e resta stupendo, ma un intervento di bonifica è necessario per regalare al parco del Curone il primato di bellezza che merita. La Fornace, antica fabbrica di mattoni abbandonata da anni, deve essere bonificata quanto prima».
Cinzia Manzoni, presidente del Gruppo Aiuto Mesotelioma, scuote la testa quando pensa a quanto dovrebbe essere fatto e invece, da troppo tempo, resta solo sulla carta. Una malattia che non perdona, un respiro che può diventare morte per colpa dell’eternit. Diciottomila metri quadrati di cemento-amianto giacciono dimenticati sui tetti della vecchia fornace al centro di un luogo protetto, piccolo gioiello a ridosso dell’area metropolitana milanese, estremo lembo lecchese della Brianza Sud-orientale.

 

Il Parco del Curone, 2360 ettari racchiusi in dieci comuni, da Cernusco Lombardone a Osnago a Sirtori, sito di interesse ambientale che conserva aree boschive incontaminate e specie animali come la salamandra e il gambero di fiume, cela al suo interno tre bombe ecologiche. Fibre d’amianto, sottili e invisibili, rilasciate dall’eternit in avanzato stato di degrado e capaci di provocare il mesotelioma, neoplasia della pleura.
Da una parte la vecchia fornace di mattoni nel cuore del parco, per la quale ancora non esiste un piano di recupero, e più ai margini, l’ex Rdb di Lomagna, azienda di prefabbricati in cemento chiusa da alcuni anni, che preoccupa con i suoi 13mila metri quadrati di tetti in eternit. Qui la speranza è legata all’interessamento della Fiocchi Munizioni, una delle più importanti e antiche aziende italiane, specializzata nella produzione di cartucce, che potrebbe bonificare la fabbrica dismessa per incrementare gli spazi produttivi.

 

Ed ecco la terza emergenza: l’allevamento di bovini abbandonato, ora rilevato dalla Bomar, a ridosso del centro abitato di Olgiate Molgora. Ottomila metri quadrati di coperture d’amianto.
Nella frazione di Pianezzo, a meno di 200 metri dal sito contaminato, è nato un comitato che lotta perché i propri figli non rischino di ammalarsi semplicemente respirando. La vicenda è complicata, segnata da ricorsi e controricorsi, ma il risultato è solo uno, l’eternit è ancora lì e spaventa. «L’azienda agricola risale agli anni Sessanta — spiega Guido Torello — presidente dell’associazione Gente di Pianezzo —. Chiusa da decenni, è stata rilavata da una società. Nel 2015 i controlli dell’Ats, ex Asl, hanno evidenziato un reale pericolo e la necessità di rimuovere l’amianto entro un anno». Un ricorso alla Presidenza della Repubblica prima e al Tar dopo da parte della proprietà, hanno però bloccato qualsiasi intervento.

 

La scorsa primavera l’amministrazione uscente ha contabilizzato i costi della bonifica, circa 500 mila euro, con l’intenzione di provvedere direttamente con successivo addebito alla proprietà, ma solo pochi giorni fa il Consiglio di Stato ha sospeso l’ordinanza. «In realtà siamo riusciti ad aprire un colloquio costruttivo con i proprietari dell’area — spiega il neo eletto sindaco di Olgiate Molgora Giovanni Battista Bernocco —. Il muro contro muro non porta risultati. Invece, grazie anche alla collaborazione dell’ente parco, abbiamo trovato punti comuni per una riqualificazione della zona. Tra i progetti, la realizzazione di un parcheggio all’ingresso del Curone e di una grande azienda agricola. La speranza è che i lavori inizino a breve».
I numeri restano impressionanti. In provincia di Lecco ci sono ancora 71.749 metri cubi di coperture di eternit da rimuovere. L’equivalente di 2 milioni e 600 mila metri quadrati, un palazzo di 13 piani zeppo di fibre cancerogene. Il territorio vanta il triste primato di un tasso di mortalità per mesotelioma particolarmente elevato: 26,6 ammalati per milione di abitanti, 130 negli ultimi 13 anni i casi di cancro imputabili alle fibre d’amianto. Il picco di decessi è previsto entro il 2020. Più di 9 mila le autocertificazioni relative alla presenza di eternit in capannoni, case ed edifici pubblici giunte all’Ats Brianza, catalogate nello speciale registro istituito da Regione Lombardia. «Al di là dei dati il problema è legato allo stato di conservazione dei tetti — precisa Cinzia Manzoni, la cui Onlus gestisce lo sportello amianto aperto in Comune a Lecco, che nell’ultimo anno ha fornito consulenza a oltre un centinaio di persone — . Non importa la quantità o il tempo di esposizione, basta una singola fibra per provocare il tumore”.
L’elenco dei luoghi nel capoluogo dove si registra la presenza di amianto è lungo, a partire dallo stesso Municipio, fino all’ex tribunale di via Cornelio e a palazzo Belgioioso. A ridosso del centro preoccupa l’area ex Leuci, storica fabbrica di lampadine, ora dismessa, che conta 5 mila metri quadrati di tetti in eternit. Le 47 famiglie del vicino condominio di via XI Febbraio hanno chiesto rassicurazioni all’amministrazione, che ha invitato la proprietà a intervenire. Intanto il tempo passa e le fibre d’amianto inquinano l’aria.

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