testo tratto da La Repubblica del 6 marzo 2019

ALAN DAVID SCIFO

Era il 1985 quando la miniera Bosco di San Cataldo, a Caltanissetta, chiudeva i battenti per non aprirli mai più. Tutto è rimasto fermo a quel dicembre, quando, dopo le vacanze di Natale, gli operai ricevettero l’avviso di chiusura sulla base della legge regionale 27/1984.

Tutto si fermò, la teleferica lunga 18 chilometri venne abbattuta immediatamente ma nessuno si occupò delle tonnellate di amianto che coprivano i vari capannoni della miniera di kainite. La natura ha poi fatto il suo, riprendendosi il proprio spazio, facendo crollare i capannoni e l’amianto che li ricopriva, in quel terreno sotto sequestro che oggi rappresenta una bomba ecologica per le cittadine di Serradifalco e San Cataldo. Molti evitano di passare da quelle parti e anche il vigilante che dorme nella piccola tenuta all’interno della miniera afferma che limita al massimo le uscite per paura di quell’amianto già sgretolato presente nell’aria.

Grazie al vento che soffia forte in quel luogo — di cui del bosco presente ne è rimasto ben poco — l’asbesto, il minerale cancerogeno contenuto nei tetti in eternit, arriva in ogni luogo di quel posto che è stato soprannominato il “Bosco ferito” dopo anni di incuria e abbandono da parte dell’istituzioni che hanno sottovalutato la bomba ecologica.

«Negli anni Novanta i vari enti cominciarono a controllare i luoghi che erano stati chiusi — spiega Ennio Bonfanti, Wwf — Subito dopo la chiusura infatti si parlò del problema eternit ma da quei giorni poco è stato fatto. A preoccupare era l’incuria dei tetti che poi crollarono e quell’amianto che fa paura». Se sui possibili rifiuti interrati non si è mai avuta conferma, l’evidente inquinamento dell’area è però stato oggetto di indagini: gli 8 mila metri quadrati di eternit hanno portato infatti la procura di Caltanissetta, nel 2014, a dichiarare l’area sotto sequestro, imponendo alla Regione la bonifica dell’area, dopo le segnalazioni da parte di Rosario Tumino, che segnalava l’alto tasso di tumori nell’area del Vallone, zona che comprende anche i paesi di San Cataldo e Serradifalco. I dati sul tumore ai polmoni nell’area del Vallone subiscono infatti uno strano picco nel paese di San Cataldo, comune di 20mila abitanti, dove si superano le percentuali di Gela, città dove sono presenti numerose industrie. Da quel momento però non è mai stato fatto nulla. «Nei primi mesi del 1986, dopo la chiusura venne abbattuta la teleferica e non si è pensato al futuro — spiega Angelo La Rosa, geologo, assessore del Comune di San Cataldo e autore del libro “Bosco ferito” — solo dopo il processo del 2014 venne imposto il sequestro, quando già la situazione era pessima. Ma la situazione si sta per sbloccare solo adesso: lo scorso febbraio sono stati finanziati con il Patto per il sud 5,5 milioni di euro per la bonifica dell’amianto e i ferri vecchi presenti». Di pari passo dovrebbe essere bonificata anche la zona usata per riporre gli scarti della kainite, che nel frattempo ha dato vita a una montagna di sale che ha inquinato anche i torrenti, finendo nel fiume Platani e modificando in modo irreparabile l’ecosistema.

Per questa montagna sarebbe in progetto l’acquisizione da parte di aziende pronte a vendere il sale per scopi diversi da quello alimentare. «La Regione ha ricevuto delle richieste di permessi per la prospezione e ricerca di sali potassici — spiega il capo di gabinetto dell’assessore regionale all’Ambiente Salvatore Cordaro — per la rimozione dell’amianto, dopo lo stanziamento dei soldi, bisogna attendere prima il progetto di bonifica».

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