testo tratto da Corriere della Sera del 16 marzo 2019

Marco Imarisio

GENOVA. Anche la linea dell’orizzonte può essere un’illusione. Quella che ha sullo sfondo il ponte Morandi è ormai cambiata da quel maledetto 14 agosto. Proprio ieri è stato tirato giù un tratto rettilineo lungo 36 metri e pesante 916 tonnellate.

C’è più cielo tra un moncone e l’altro, segno che i lavori di demolizione, propedeutici alla ricostruzione, sono cominciati, e avanzano. Era importante partire, e ancora più importante che si vedesse, ripete sempre Marco Bucci, il sindaco-commissario del governo per il nuovo viadotto.

Niente è mai come sembra. Nonostante gli annunci ottimistici e gli inni alla gioia della ricostruzione immediata, con consegna della nuova infrastruttura a fine 2019, massimo primavera del 2020, l’abbattimento dei resti di un gigante da cinquantamila metri cubi di calcestruzzo e cinquemila tonnellate di acciaio rimane un’impresa esposta al vento dell’imprevisto. L’esplosivo, panacea di ogni male per abbattere le pile superstiti, non si può usare. La prima doveva essere la numero 8, verso ponente, affacciata su capannoni abbandonati e alta 45 metri, ovvero il livello della carreggiata. Dopo sarebbe toccato alle pile 10 e 11, prossime all’uscita del casello di Genova Ovest verso i terminal del porto, che incombono sulle case destinate all’abbattimento, sulla zona rossa e su quella gialla. E per loro non esiste neppure un piano B senza la dinamite. Perché hanno entrambe gli stralli, e raggiungono i 90 metri di altezza. L’ipotesi più ottimistica in caso di smontaggio meccanico prevede uno slittamento dei lavori di almeno altri 8 mesi, ma qualcuno nella struttura commissariale sussurra che ci vorrebbe un anno, oltre a un’impennata dei costi che farebbero lievitare i 19 milioni di euro previsti dal piano approvato da Bucci.

Nel Ponte Morandi c’è l’amianto. E tutti lo hanno sempre saputo, perché nel 1962, quando iniziò la costruzione del viadotto sul Polcevera, quel materiale e il mortale polverino che sprigiona erano considerati una mano santa dell’edilizia italiana e mondiale. All’inizio dello scorso ottobre i Vigili del fuoco specializzati in crolli e interventi in ambiente urbano giunti da tutta Italia per sgomberare le macerie del ponte si videro recapitare un modulo con una domanda che aveva dell’incredibile. «Pensa di essere stato esposto anche in maniera occasionale durante le operazione di soccorso, a materiale contenente asbesto?». Eppure, come se nulla fosse. Il 6 marzo, conferenza stampa in Prefettura alla presenza delle aziende vincitrici dell’appalto e di tutti gli enti responsabili, compresi l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente e l’Asl, incaricate dei controlli, per l’annuncio della demolizione con esplosivo della pila 8, quella più «facile», come l’intero settore di ponente, prevista per la mattina del 9 marzo.

«Cosa respirano i nostri figli?». I cartelli erano già apparsi all’inizio dei lavori. Un comitato dei cittadini presenta un esposto in procura. Nel carotaggio effettuato da Arpal e Asl, 6 campioni su 24 hanno dato valori fuori norma, confermando la presenza di amianto, seppure in quantità infinitesimali. Il problema diventa non solo edile, ma anche penale. Il primo a dirlo è lo stesso Bucci, commissario governativo, ma anche sindaco. La marcia trionfale suonata finora si smorza all’improvviso, non senza qualche imbarazzo. Dopo una settimana di passione, viene escluso l’utilizzo dell’esplosivo per la pila 8.

La tecnica di smontaggio meccanico, che dovrà contenere misure di «mitigazione del rischio» per la dispersione delle polveri, verrà adottata per tutti i piloni superstiti. Impossibile anche solo immaginare di far saltare in aria le pile 10 e 11, più vicine ai quartieri abitati e allo svincolo della A7, uno dei caselli più frequentati d’Italia. Se la pila 8 non presenta difficoltà insormontabili, e il ritardo nei lavori sarà solo di qualche settimana, sull’altro versante la differenza tra uso dell’esplosivo e demolizione fatta «a mano», ragiona un esponente della struttura commissariale, si calcola in semestri, con annessa chiusura per settimane dell’autostrada, che nell’ipotesi originaria era previsto solo per i giorni delle deflagrazioni. Da un lato la necessità di fare in fretta. Dall’altro la tutela della salute pubblica, alla quale si collegano eventuali responsabilità giudiziarie. Non se ne esce. Aggiornare i calendari. L’importante era cominciare, in pompa magna. Ma la demolizione di un ponte in una zona sovraffollata della città non poteva certo essere un pranzo di gala.

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